Covid and Economics

3 agosto 2020

MICHELE LIMOSANI

La  “Green Economy”: un settore strategico per la città di Messina

Abstract:  Con il progetto “Il sentiero dei parchi”, il Governo scommette sulla “green economy” e sull’economia dei parchi. In particolare, soffermandosi sul quadro messinese e siciliano, si rileva che, mentre i segnali di attenzione verso questo settore strategico restano deboli,  si registra una cronica carenza di visione a lungo termine e a vasto raggio, sempre più necessaria data la crisi devastante determinata dalla contingenza epidemica,  e di “grandi progetti”, nonostante le numerose potenzialità.

Keywords: “Sentiero dei parchi”, “green economy”, strategie di investimenti, rilancio economico, itinerari escursionistici, economia dei parchi.

Il Governo nazionale scommette sulla green economy e sull’economia dei parchi. Lo annuncia il ministro per l’ambiente Sergio Costa durante la Giornata Europea dei Parchi che si è celebrata nei giorni scorsi e nella quale è stato presentato il progetto “Il sentiero dei parchi” (un itinerario escursionistico che toccherà tutti i parchi nazionali del nostro paese) e richiamato lo stanziamento, già deliberato nella legge di bilancio, di 35 milioni di euro per il periodo 2020-2033 per la manutenzione ed il potenziamento delle reti sentieristiche. In Sicilia, e nella nostra città metropolitana in particolare, non si colgono invece segnali di attenzione verso questo settore strategico e si registra una cronica carenza di visione e di grandi progetti, soprattutto da parte di quei movimenti e associazioni che si impegnano a promuovere la realizzazione di un’economia più sostenibile.

Ora, non credo esista ombra di dubbio sul fatto che la green economy costituisca una grande opportunità di sviluppo per la nostra città; basti pensare che da un punto di vista territoriale la città metropolitana di Messina si qualifica come una grande area protetta dal polmone verde (i Peloritani, l’Alcantara e il parco dei Nebrodi) e un lungo affaccio sue due mari (i waterfront della città metropolitana). Tra il “polmone verde” e il waterfront si inseriscono poi i sistemi fluviali (le blue ways) e i loro bacini che rappresentano un trait d’union tra queste due tipologie di aree.

Un progetto di sviluppo della città metropolitana di Messina, quindi, non può prescindere dalla valorizzazione dei due parchi già esistenti (il parco naturale dei Nebrodi e il parco fluviale dell’Alcantara) e dalla auspicabile istituzione del Parco dei Peloritani. La realizzazione di quest’ultimo completerebbe -dal punto di vista delle aree protette- il vuoto solo in parte colmato dalla presenza della riserva di Fiumedinisi e Monte Scuderi e faciliterebbe l’integrazione, attraverso la valorizzazione del sistema fluviale, della rete dei comuni collinari con la rete dei comuni marinari. Una triade spesso caratterizzata dall’uso dello stesso toponimo per indicare, contemporaneamente, il nome del borgo collinare, il nome del borgo marinaro e il nome della fiumara (come, ad esempio, Alì).

Se si tiene conto anche dell’istituendo parco dei Peloritani, il 76% dei Comuni della città metropolitana di Messina risulta compreso dentro un parco. Nessun’altra città metropolitana italiana ha un numero così alto di Comuni che partecipano a questo tipo di aree protette, per cui Messina si potrebbe qualificare, come spesso il prof. Gambino ha sostenuto, “la città metropolitana dei parchi”.

La vera sfida quindi sarebbe quella di realizzare il Parco dei Peloritani, integrare la rete dei parchi e delle riserve (l’arcipelago eoliano, la laguna di Tindari a Patti, la riserva verde e la riserva Marina a Milazzo) con la rete formata dall’armatura culturale del territorio e quella agro-ecologica, rigenerando i borghi e promuovendo un turismo sostenibile. Dentro i parchi, infatti, ci sono patrimoni storici e culturali di inestimabile valore che tramite opportuni processi di riqualificazione e di proposizione di servizi al turista, possono rappresentare una possibilità di sviluppo economico dal valore aggiunto incalcolabile. “Riscopri la natura, il mare, i monti, gli antichi sapori, i borghi e i mestieri”. E’ ovviamente uno slogan; ma in questa prospettiva venire a Messina per “spendere” sul territorio potrebbe avere un senso del tutto diverso da quello un po’ riduttivo e miope che in questi giorni si è diffuso nelle nostre piazze.

http://www.letteraemme.it/green-economy-michele-limosani-a-messina-poca-attenzione-verso-questo-settore-strategico/

27 luglio 2020

MICHELE LIMOSANI

 L’Università al tempo del Corona Virus

Abstract:  La riflessione riguardante gli effetti del Corona Virus coinvolge direttamente anche  il sistema universitario nazionale, che sta attraversando una vera e propria ‘rivoluzione tecnologica’ che investe l’attività di formazione, le modalità di organizzazione dei servizi e della gestione delle risorse umane; una rivoluzione che produrrà trasformazioni destinate  a protrarsi nel tempo.

Keywords:  COVID-19, sistema universitario nazionale, rivoluzione tecnologica, formazione a distanza, strutture complesse, telelavoro, smart working.

Esiste un filone di pensiero in Sociologia che sostiene come i cambiamenti istituzionali non sono sempre il risultato di piani intenzionali o di una chiara volontà. I mutamenti, ovviamente, possono riguardare anche le trasformazione organizzative e le abitudini di lavoro dei soggetti che animano le “strutture complesse”, abitudini che si sono consolidate e cristallizzate nel tempo e che rappresentano, spesso, il principale ostacolo al cambiamento organizzativo.

Una teoria, quelle delle “conseguenze inintenzionali”, che è possibile applicare nell’ambito del sistema universitario nazionale ed, in modo particolare, dell’Università degli Studi di Messina; struttura che, per la responsabilità e le funzioni che mi sono assegnate, mi capita di osservare un pò più da vicino. Come sta cambiando il modo di fare Università a Messina ai tempi del Corona Virus? Non è certamente un passaggio facile e indolore ma in questo momento nella nostra università è in corso una vera e propria “rivoluzione tecnologica” che investe l’attività di formazione, le modalità di organizzazione dei servizi e della gestione delle risorse umane; una rivoluzione che produrrà trasformazioni destinate a durare nel tempo.

E’ stata, per esempio, predisposta in brevissimo tempo -grazie ad uno sforzo immane da parte del nostro personale tecnico informatico- l’infrastruttura hardware e software per la video-conferenza e la teledidattica. Siamo oggi pronti a portare in qualunque luogo ed in qualunque tempo la presenza virtuale di ogni professore. Obiettivo straordinario se pensiamo che le attività precedentemente svolte dal nostro Ateneo in modalità e-learning non raggiungevano la soglia del 20%.

La fruizione on line dei contenuti ha comportato un’accelerazione a livello amministrativo della riorganizzazione dei servizi a supporto dell’attività didattica e la digitalizzazione delle procedure ammnistrative. Abbiamo già svolto nei giorni precedenti i primi esami di laurea in modalità telematica così come ormai quasi tutte le commissioni concorsuali dei ricercatori e degli assegnisti sono svolte on line. Le attività amministrative a supporto di queste attività, nel rispetto della trasparenza, pubblicità e sicurezza dei dati, sono state tutte realizzate in remoto (back office) per via telematica.

La digitalizzazione dei procedimenti ammnistrativi ha reso possibile sperimentare lo smart working. In queste ore una buona parte dei compiti amministrativi relativi alle procedure e alle attività di routine (autorizzazioni, certificazioni, emanazione decreti, controlli amministrativi), che tanto tempo e personale assorbono nella vita quotidiana delle strutture dipartimentali, sono svolte dai tecnici ammnistrativi in “modalità agile”, ossia dalle proprie abitazioni attraverso il tele-lavoro.

Come risulta evidente dai questi pochi esempi si tratta di una profonda trasformazione che investe tutte le attività dell’Università; un cambiamento non pianificato ma che l’emergenza Corona Virus sta generando a tappe forzate e in modalità “learning by doing”. Certo questo cambiamento porrà delle nuove sfide: come valorizzare il patrimonio di conoscenza e di competenze acquisite? Cosa preservare del passato e come riposizionare il nostro Ateneo nel contesto regionale, nazionale ed internazionale? Sono le sfide che attendono la governance una volta passata la bufera del Corona Virus; rimane il fatto, comunque, che questo sciagurato evento, suo malgrado, lascerà la nostra Università tecnologicamente più avanzata, più produttività e quindi più competitiva.

http://www.letteraemme.it/luniversita-ai-tempi-del-coronavirus-il-contributo-di-michele-limosani/

20 luglio 2020

MICHELE LIMOSANI

 Mes e sanità regionale. Quale modello per la fase post covid 19?

Abstract:  La generale riflessione riguardante gli effetti del coronavirus sulla sanità mondiale apre l’ulteriore riflessione sulla sanità regionale e su come potrebbe cambiare la sanità in Sicilia utilizzando le risorse disponibili. Le strade percorribili sono diverse: è più efficace orientare tutte le future risorse finanziarie e gli sforzi organizzativi sulla gestione delle emergenze sanitarie, sulla terapie intensive e quindi sul potenziamento delle infrastrutture ospedaliere, o è preferibile mettere in atto una strategia più “community based”, che limiti al massimo l’ospedalizzazione e sia in grado di produrre una trasformazione profonda della gestione del sistema della prevenzione, del monitoraggio e dei servizi domiciliari alla persona?  Il punto, adesso, è operare corrette scelte politiche.

Keywords:  COVID-19, sanità mondiale, sanità regionale, strutture ospedaliere, strategia “community based”, MES, Pandemic Crisis Support.

La Commissione Europea ha dato il via libera alla nuova linea di credito Pandemic Crisis Support a valere sulle risorse del MES e tutti gli stati membri, da ora in poi, avranno la possibilità di finanziare a basso costo investimenti sanitari enormi senza alcuna condizionalità. Un risultato che rende giustizia di un assurdo e sterile dibattito che ha ammorbato il paese; una ghiotta opportunità per il governo nazionale per aumentare la spesa sanitaria che negli ultimi anni ha subito tagli consistenti. La questione, quindi, non è più tanto quella di prendere questi soldi (sono disponibili circa 37 miliardi per il nostro paese), quanto piuttosto quella di decidere cosa fare con queste risorse. Quali sono le strategie da adottare? Quali sono le priorità? Proviamo, sia pur in modo sintetico, ad affrontare tali questioni.

Il prof. Alberto Zangrillo, primario dell’Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione del S. Raffaele di Milano, nel suo recentissimo e-book “In prima linea contro il Coronavirus” sostiene che “il ricorso alla terapia intensiva è stata la misura del fallimento del sistema di prevenzione e di cura sanitario”. E mentre tutto ciò poteva essere giustificato all’inizio della crisi quando il virus ci ha colto impreparati, tale atteggiamento non può essere tollerato nella fase post crisi della virus; perseverare, diabolicus est. Secondo il prof. Zangrillo, ma non è l’unico scienziato impegnato su questo fronte, gli ospedali non sono la prima linea di difesa contro l’epidemia e rimangono una extrema ratio.

Un messaggio in controtendenza nel dibattito pubblico che rischia, tuttavia, di finire su un binario morto anche per via del gran battage pubblicitario sostenuto dalle tv e dai quotidiani sulla decisione di potenziare le strutture ospedaliere in termini di nuovi posti letto, ordinari e di terapia intensiva -nella sola provincia di Messina sono previsti 569 posti di cui 446 ordinari e 115 di terapia intensiva. Una scelta, lo ripeto, opportuna e doverosa nella prima fase della crisi in cui il motto è stato “mettiamoci al sicuro”, ma che sembra essere una decisione da sottoporre quantomeno ad una riflessione critica se riproposta anche nella fase post-crisi.

E’ efficace ed efficiente, dal punto di vista economico e sociale, orientare tutte le future risorse finanziarie e gli sforzi organizzativi sulla gestione delle emergenze sanitarie, sulla terapie intensive e quindi sul potenziamento delle infrastrutture ospedaliere? O, piuttosto, si deve favorire una strategia più “community based”, che limiti al massimo l’ospedalizzazione e sia in grado di produrre una trasformazione profonda della gestione del sistema della prevenzione, del monitoraggio e dei servizi domiciliari alla persona? Una strategia in cui le ASL e la rete territoriale dei medici di base e dei pediatri, le funzioni loro assegnate, le competenze, la tecnologia a disposizione, i modelli di gestione e di organizzazione, diventano questioni rilevanti?

Io non credo che con le risorse future disponibili potremo fare tutto (potenziamento strutture ospedaliere e medicina territoriale); ma se la scelta del governo regionale fosse quella di riprendere i 270 progetti infrastrutturali rimasti incompiuti, allora la direzione sarebbe già segnata e non coglierebbe il nodo del problema, e cioè la necessità di investire in prevenzione. Una seria e approfondita analisi del modello di gestione della sanità regionale, scevra dalle “pressioni” -anche legittime- che provengono dagli interessi organizzati, si rende necessaria. In questa prospettiva ci aspettiamo dalla politica regionale un contributo che non può limitarsi alla discussione sulle mascherine e sui tamponi (cosa peraltro buona e giusta), soprattutto quando ad essere in gioco c’è la salute dei cittadini.

 https://www.tempostretto.it/news/limosani-mes-e-sanita-regionale-quale-modello-per-la-fase-post-covid-19.html

13 luglio 2020

MICHELE LIMOSANI

 Il virus non conosce confini. In Italia sarà recessione o pitstop?

Abstract:  La generale riflessione riguardante gli effetti del coronavirus sull’economia a livello non solo mondiale, ma  locale,  rileva come la pandemia aprirà le porte alla recessione, determinando un forte calo nei livelli di produzione e di benessere. Le sorti dell’economia italiana dipendono dalla capacità di non stare troppo tempo ai box

Keywords:  COVID-19, economia mondiale, economia locale, recessione, “pit-stop”.

Il virus e la recessione

La crisi sanitaria, ormai è sotto gli occhi tutti, porterà in dote la recessione economica in tanti paesi dell’OECD, determinando un forte calo nei livelli di produzione e di benessere (l’economia reale dunque) che potrebbe, in assenza di interventi “illuminati” da parte delle autorità di politica economica, destabilizzare il sistema finanziario e quello bancario. Si tratta di una crisi che colpirà prevalentemente i paesi più ricchi e che, per la natura dello shock e per gli effetti da esso prodotti, non risulta paragonabile alla “grande recessione” del ’29.

Un virus senza confini

Il virus non conosce confini e, atteso l’elevato grado di integrazione e di interdipendenza tra i diversi paesi, risulta oltremodo impossibile arginare la propagazione degli effetti negativi della crisi economica. Siamo dunque in presenza di una recessione che impatta sul sistema economico mondiale e che necessita risposte di politica economica coordinate a livello globale ed, in primo luogo, tra quei paesi (Stati Uniti, Cina ed Europa) che insieme determinano l’80% circa della produzione mondiale. Questi grandi players hanno un comune interesse a cooperare per “salvare” i sistemi economici da cui -in buona parte- dipende la loro stessa ricchezza; ma allo stesso tempo può essere forte la tentazione di cogliere l’opportunità della crisi per modificare la distribuzione delle forze in campo e l’assetto geopolitico che ha caratterizzato, fino a questo momento, il contesto internazionale.

In Italia un “pit-stop”

L’economia mondiale e il nostro paese in particolare, quindi, subiranno -a causa del virus- un brusco “pit stop” la cui intensità è difficile da stimare e la cui durata dipenderà dalla nostra capacità di arrestare la pandemia. Fondamentale, tuttavia, sarà la ripartenza. Come la storia della formula uno insegna, anche una manciata di secondi in più nella ripartenza dai box può pregiudicare il raggiungimento di una posizione sul palco dei vincitori. Il tempo trascorso ai box, fuor di metafora, deve quindi essere ridotto al minimo ed impiegato per rimuovere tutte quelle criticità che influenzano negativamente la competitività del sistema produttivo; il motore della nostra economia deve, quanto prima possibile, ripartire.

Il ruolo dello Stato

La crisi economica, infine, ha riportato al centro del dibattito politico il ruolo dello Stato. Attenzione, tuttavia, a non buttare il bambino con tutta l’acqua sporca. “Il buon funzionamento del mercato dipende dal buon funzionamento dello Stato che non sono tra loro alternativi ma reciprocamente dipendenti”. Ed il ruolo dello Stato diventa essenziale ed insostituibile nel caso dei “beni pubblici” (salute, difesa, rispetto delle regole, istruzione), situazione nella quale il libero mercato è incapace di assicurare una distribuzione giusta e ottimale delle risorse.

La crisi un’opportunità

Certo, lo Stato è stato spesso carente e fonte di sprechi e di inefficienza. Ma questo tempo di crisi potrebbe essere il momento opportuno per intervenire e proporre quelle riforme tanto attese e a vantaggio di tutti (come quella della burocrazia) necessarie per far compiere un salto di qualità e consentire al paese di riprendere il posto che merita in Europa e nel contesto mondiale.

https://www.tempostretto.it/news/limosani-il-virus-non-conosce-confini-in-italia-sara-recessione-o-pit-stop.html

6 luglio 2020

MICHELE LIMOSANI

Covid e crisi. Ecco chi paga il conto più salato a Messina

Abstract: la crisi economica devasta sempre più la Città dello Stretto. Già nel 2018 (ultimi dati disponibili) il 43% dei residenti a Messina non ha dichiarato alcun tipo di reddito. Su questa fascia di popolazione   il Corona Virus ha generato un impatto dagli effetti dirompenti. La pandemia, difatti, ha provocato e provocherà ingenti danni e non solo sul piano della salute:  a pagare il conto più salato saranno i “piccoli” imprenditori ed alcuni soggetti in “nero”. E’ auspicabile pertanto che nella prossima manovra di bilancio sia previsto un congruo contributo a fondo perduto alle piccole imprese,  così come si evidenzia la necessità di estendere le misure finalizzate a sostenere i redditi degli indigenti e di quei numerosi soggetti che non godono di alcuna garanzia e protezione perché nascosti al fisco e alla società.

Keywords: Messina, crisi economica, economia post- COVID, sostegni economici statali, piccole imprese, lavoro “autonomo”, lavoratori in “nero”.

Chi pagherà il conto a Messina?

Chi sono i soggetti economici più esposti alla crisi del Corona Virus? Chi pagherà alla fine il conto? Per rispondere a tale quesito rivolgiamo lo sguardo alla tipologia dei redditi percepiti in città partendo subito da un primo dato. Nel 2018 (ultima informazione disponibile) il 43% della popolazione residente in città (circa 100.000 persone) non ha dichiarato alcun tipo di reddito. Se teniamo fuori da questo conto i giovani, ossia i soggetti di età compresa tra 0 e 19 anni, circa 40 mila persone, questo segmento di popolazione includerà, in prevalenza, moltissime donne che hanno rinunziato da tempo a cercare lavoro ed una cospicua fetta di soggetti che popolano il folto bosco del mercato nero, alcuni dei quali “sopravvivono” di espedienti. Difficile misurare l’impatto che il Corona Virus ha generato su questa fascia di popolazione, ma non escludo che gli effetti siano stati dirompenti; soprattutto per coloro che vivono di lavori -se così si possono definire- retribuiti ad ore e a giornate.

Chi è garantito dallo Stato

Secondo elemento. E’ noto che i soggetti che dichiarano redditi da lavoro dipendente e da pensione costituiscono il 90% circa del totale delle dichiarazioni fiscali. Ora, i pensionati e i pubblici dipendenti hanno i redditi garantiti dallo Stato. Anche per i dipendenti regolarmente assunti dalle imprese private, tuttavia, lo Stato è intervenuto attraverso l’erogazione della cassa integrazione (anche quella in deroga). C’è stato in Sicilia, a causa di una inefficiente burocrazia regionale, un forte ritardo nell’erogazione di tale contributo. Ma ciò che conta è che anche la stragrande maggioranza di questi redditi è stata garantita dallo Stato. I percettori di redditi da immobili, inoltre, -specie quelli concessi in locazione alle attività commerciali- sembra si siano garantiti da soli. I commercianti hanno lamentato spesso la mancanza di sensibilità da parte dei proprietari degli immobili che, al di là delle oggettive difficoltà, hanno comunque preteso il pagamento del canone di locazione.

La strage degli autonomi

Terzo elemento. Nel caso dei redditi da lavoro autonomo la situazione è leggermente più articolata. In primo luogo coloro che dichiarano redditi da lavoro autonomo (artigiani, professionisti, agenti di commercio, etc…) sono poco più di 3.000. All’interno di tale categoria, inoltre, si trovano soggetti con fasce di reddito molto variegate; dal coloro che guadagnano 15.000 euro l’anno (piccoli artigiani) a riconosciuti professionisti con redditi superiori ai 100.000 euro. Una parte dei lavoratori autonomi (avvocati, notai, commercialisti), poi, lavora a “prestazione” e spesso può risultare difficile individuare quante prestazioni sono state interrotte in questo periodo. Il governo, comunque, è intervenuto in questo settore con un contributo destinato ai lavoratori autonomi di 600 euro. Si tratta di un modesto sussidio e tanti reclamano interventi più consistenti. E‘ pur vero, tuttavia, che in molte professioni, vedi quella degli avvocati per esempio, i problemi di natura economica vengono da lontano ed è ragionevole pensare che la crisi del corona virus li abbia soltanto fatti emergere nella loro cruda oggettività.

Le piccole imprese in agonia

Dulcis in fundo la tipologia sicuramente più colpita dalla crisi, i redditi da impresa e soprattutto quelli della piccola impresa, individuale e/o familiare, con un scarso numero di dipendenti, rimasta ferma in questo periodo. Come è noto il settore delle piccole imprese presentava già prima della pandemia enormi criticità. Nel 2018 erano più di 8.000 le imprese inattive e circa 5.000 le ditte individuali che, registrando perdite di esercizio nell’anno corrente, presentavano un imponibile pari a zero. Non è dato sapere quante di queste aziende riprenderanno le attività e se la crisi ha distrutto irreversibilmente quel poco di capitale umano e finanziario che consentiva loro di sopravvivere. Per le piccole imprese rimanenti (altre 5.000) la sfida è quella della ripartenza.

Quei 600 euro dal governo…..

Il governo è intervenuto anche a sostegno dei redditi dei piccoli imprenditori con l’erogazione delle 600 euro; una somma irrisoria, tuttavia, che non è stata nemmeno sufficiente per coprire quei costi che non è stato possibile rinviare per decreto. Il governo nazionale si è inoltre preoccupato di far pervenire liquidità alle imprese attraverso le garanzie prestate al sistema bancario; ma sempre di un debito si tratta, anche se a costi minimi, un debito che peserà nella fase di ripartenza dove serviranno inevitabilmente risorse aggiuntive. In estrema sintesi, quindi, perdite significative, mancato guadagno, maggiore debito, fatturato azzerato e per molte imprese (specialmente quelle che operano nel settore del commercio e della ristorazione) un futuro incerto. Cosa chieder di più?

Pagano i più “piccoli”

A pagare il conto più salato saranno quindi i “piccoli” imprenditori ed alcuni soggetti in “nero”. E’ auspicabile pertanto che nella prossima manovra di bilancio sia previsto un congruo contributo a fondo perduto alle piccole imprese, calibrato sul fatturato registrato nel corso dell’anno precedente, a parziale ristoro delle perdite subite e per sostenere la fase di ripartenza; così come si renderà necessario estendere le misure finalizzate a sostenere i redditi degli indigenti e di quei numerosi soggetti che non godono di alcuna garanzia e protezione perché nascosti al fisco e alla società.

https://www.tempostretto.it/news/limosani-covid-e-crisi-ecco-chi-paga-il-conto-piu-salato-a-messina.html

 

18 giugno 2020

MICHELE LIMOSANI

Il futuro di Messina dipende anche da noi

Abstract: L’economia della nostra città necessita di uno shock, un disperato e, forse ultimo, tentativo per evitare che la città precipiti, anche per colpa del corona virus, in uno stato di coma irreversibile; una città fortemente ridimensionata nella sua capacità produttiva, nei livelli di occupazione e di ricchezza in possesso delle famiglie.

Keywords: Messina, New Green Deal, attraversamento dello Stretto, rinascita economica, interventi strutturali, European recovery Program

Due progetti

Dopo la proposta del “New green deal” (Messina la città dei parchi) -avanzata nei giorni scorsi- vorrei proporre al pubblico dibattito altri due progetti che sono in grado di produrre un impatto dirompente sul sistema economico locale. Sono interventi che necessitano di un cambio radicale del paradigma dominante nella gestione amministrativa delle risorse umane e finanziarie e delle regole che disciplinano l’affidamento dei lavori pubblici (codice degli appalti). Si escludono, inoltre, assegnazioni di sussidi diretti alle famiglie; aiuti alle imprese, piccole o grandi che siano; trasferimenti alle pubbliche amministrazioni per spese correnti ed erogazione di servizi. Parliamo, invece, di interventi infrastrutturali che mirano a generare opportunità di investimento per le imprese esistenti e quelle che verranno dall’esterno; aziende pronte a scommettere su un territorio che ha deciso di “svoltare”.

Messina-Reggio

Ecco, in estrema sintesi, le due linee progettuali. Il primo progetto è quello di realizzare l’attraversamento stabile dello Stretto e far diventare la conurbazione MESSINA-REGGIO un nodo del corridoio europeo scandinavo mediterraneo. La conurbazione dello stretto diventerebbe così il baricentro di una rete di nodi connessi dall’alta velocità che collega sei città metropolitane del mezzogiorno: NAPOLI e BARI a nord, CATANIA e PALERMO a Sud. Sarà necessario, inoltre, completare e potenziare tutte le connessioni, ferroviarie, stradali e marittime per rendere facilmente accessibili al corridoio europeo le aree portuali (Messina, Milazzo, Tremestieri, Porto storico), quelle aeroportuali (Catania-Reggio), le aree industriali della nostra ex-provincia (identificate nel piano ZES), i distretti turistici, i parchi e le riserve. Si tratta, infine, di realizzare un sistema della mobilità “sostenibile” che, a partire dal nodo ferroviario della riqualificata e/o realizzata ex-novo “stazione centrale” (nodo del corridoio europeo), si snoda lungo la città da nord a sud e si protende poi verso il continente per raggiungere Reggio Calabria, il porto e l’aeroporto dello Stretto; una rete infrastrutturale gestita con le nuove tecnologie che innerva la conurbazione MESSINA-REGGIO e che proietta lo stretto nel mediterraneo. Il secondo progetto riguarda un “grand programme de rénovation urbaine”, un progetto ambizioso di riqualificazione urbana della città. Riabilitare, rigenerare, ri-pensare le periferie ed eliminare alla radice il problema atavico delle “baracche”. E’ appena iniziato l’iter legislativo sul risanamento in commissione Ambiente alla Camera; è un tema sul quale la politica non può giocare di fioretto o contendersi il palcoscenico. Insieme dobbiamo chiudere una volta per sempre i conti con il passato, la città non può lasciarsi sfuggire questa occasione.

Il water front

Funzionale, poi, allo sviluppo della città, è la valorizzazione del porto di Messina e del water front, a partire dal polo culturale del Margherita, passando per la zona falcata e gran parte delle aree ancora oggi asservite al passaggio dei binari ferroviari. Per recuperare poi la simbiosi smarrita tra il porto e il limitrofo tessuto urbano di Messina si dovranno valorizzare a) i poli economici, che avranno un grande impulso dalla costituzione di una poliedricità di “centri commerciali naturali” da realizzare in aree strategiche della città; b) i poli culturali di grande prestigio (come il Duomo, Santa Maria Alemanna, la chiesa dei Catalani e il borgo degli antichi mestieri (Tirone), c) la stazione marittima, destinata così a diventare il gateway della città. Interventi che nel complesso dovranno essere pensati e progettati in chiave di sistema, coerentemente con una visione di città più green, più smart e che possano dare un grande impulso alla edilizia, cuore pulsante della nostra economia.

Le risorse

Dove troveremo le risorse per tutti questi grandi progetti? Non preoccupatevi, l’Europa metterà a disposizione del nostro paese (e la proposta della commissione che sarà discussa nel prossimo consiglio europeo) 170 miliardi attraverso l’European Recovery Program, di cui il 34% dovrebbe essere investito nel sud del paese. Quante risorse arriveranno in città e quali progetti saranno proposti in ambito europeo dipende dal governo nazionale; ma dipende anche da tutti noi. Adesso o mai più.

https://www.tempostretto.it/news/limosani-il-futuro-di-messina-dipende-anche-da-noi.html

16 May 2020

 JOHN COCHRANE

Covid and economics publishing

Abstract: The pandemic is dramatically illustrating one area in which the epidemiologists are beating the economists about 100-1: publishing. Scientific publications are reviewed and posted in days, contributing in real time to the policy debate. Economists are writing papers in a similar flurry.  But when will these papers be peer reviewed? Where will they be published?

Keywords: COVID 19 pandemic; world economy; economics publishing

 

The pandemic is dramatically illustrating one area in which the epidemiologists are beating the economists about 100-1: publishing. Scientific publications are reviewed and posted in days, contributing in real time to the policy debate.

Economists are writing papers in a similar flurry. They are writing really good, thoughtful, well done papers that are useful to the policy debate. See the NBER website for example, or SSRN. See my last post and previous one for several great examples.

But when will these papers be peer reviewed? Where will they be published?

Not every new paper is right, and the review and comment process improves economic papers a lot.

Economics publishing is stuck in a leisurely 19th century process. It typically takes several years from completing a project to its online publication, and often another year to print. And “completing” already includes  pre-submission vetting through conferences, correspondence, seminars and working papers. I often wait a year to hear the first review of my papers. Even the best journals try for 6 weeks.  Several rounds of revisions are almost universal. It is typical to be rejected, shop the paper to several journals who reject it (after 6 moths to a year), hear the same comments from different referees, until you find an editor who likes the paper. (Almost all of my papers have been rejected at least once. My record is 7 times.)

As a result, academic journals long ago ceased to be avenues for communication. They are archives, and certifiers for tenure committees that don’t trust themselves to read papers. Individual websites, and working paper series such as NBER and SSRN have taken over the communication function. But not every paper is right, and that means little of our communication takes place after any peer review.

This state of affairs has a supply effect. I cheer my colleagues writing these papers. But where in heaven’s name are they going to publish the papers? When, a year from now, the first reviews come back, will the editors still find the papers  interesting and relevant? How will you fill in the increasingly mandatory section on “why this is important” and “policy implications” a year, or two years from now? The referees will demand a literature review. How will you cover the hundreds of papers sure to come out in the next few months? (Economics does not demand review only up to the date the working paper is first posted.)

For example,  my last post could well become a paper. It needs a lot of work — refining the model, exploring economic costs and benefits, modeling the externality or heterogeneity helps, (surely yes), comparing it with data, and so forth. But should I put in that work, at least a month off of doing everything else, and then a further two to three months of revisions, submissions, resubmissions, and so forth for a period of years? No thank you.

My model, like most of these papers, is not a deep methodological improvement. It is a where-are-we-now paper, and a quantified attempt to peer through the mist of the next few months. Where-are-we-now papers are useful! They are 99% of academic research really. If there was a chance of publishing it the way scientists do, I might well do so. But submit it in July and still be waiting in May 2021 to hear a first review? Face a good bet that the editor thinks this is interesting economic history, but not a methodological or factual development of enduring interest? No thanks.

This is not news. There is a lot of soul-searching going on in our journals about how to become more relevant. Economics articles are quantitative essays more than scientific reports, so they often need a bit more digestion. Peer review itself is imperfect — there is lots of nitpicking but often basic mistakes go unnoticed. (I’ve long been a fan of open reviewing to broaden the base of input on papers. Often a conference discussant or other reader will know a lot about a paper, but the journal editor and selected referees don’t know about it. Universally, editors ask for new referees thus wasting the efforts of the often dozens of people who have reviewed the paper before. The idea is going nowhere.) Economists believe in markets, but not for papers. Why do we not figure out a market for submissions so that papers can get better matched to journals to start with, rather than one by one embark on a 6 month process and move from rejection to rejection. Why not simultaneous submissions?

But the I hope the model of the scientists inspires our journal editors to action.

https://voxeu.org/content/covid-and-economics-publishing