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27 aprile 2021

MICHELE LIMOSANI

Messina: un’istantanea sull’economia della città

 (Published on 05.03.2021; full text with images: http://parliamentwatch.it/wp-content/uploads/2021/04/Report-Limosani.pdf)

Abstract:

Nell’ambito della collaborazione fra l’Università di Messina e Libellula, un progetto di Parliament Watch, che ha il fine di sperimentare pratiche di monitoraggio civico, il docente ed economista Michele Limosani, Direttore del Dipartimento di Economia dell’Ateneo messinese, ha prodotto il report “Messina: un’istantanea sull’economia della città”, che fotografa la attuale condizione dell’economia messinese, e nel contempo indica possibili soluzioni per una ripresa economica, auspicando che una crisi così profonda possa essere trasformata in un’occasione storica per ridare un futuro di speranza alle nuove generazioni.

Keywords: Messina, Area dello Stretto, crisi economica, sistema produttivo economico.

Premessa

Obiettivo di questo Report è quello di offrire un’istantanea sullo stato di salute economico della nostra città soffermando la nostra attenzione sui “fondamentali” del sistema, cioè quelle grandezze economiche sulle quali poggia l’intera costruzione del sistema produttivo locale; guarderemo al motore della macchina, per usare una metafora cara agli appassionati di automobili, trascurando per il momento di considerare, per quanto importanti, la carrozzeria e gli accessori. La foto del sistema che si propone è quindi un’istantanea ed è naturale pensare che “ciò che siamo e osserviamo oggi” sia anche il risultato della storia e delle scelte pregresse di politica economica operate dai vari governi nazionali, regionali e dalla classe dirigente locale. Quanto dobbiamo andare indietro nel tempo per cercare di individuare quegli eventi che continuano a produrre effetti sulla realtà sociale ed economica? La questione è controversa. Secondo alcuni studiosi non è possibile comprendere l’economia di una città come Messina fuori da una vicenda più generale che riguarda la storica questione meridionale. Esiste nel paese un vivace dibattito sulle origini del dualismo anche grazie a un rinnovato interesse di osservatori, giornalisti e storici che hanno di recente proposto una rilettura del processo di unificazione del Paese. È certamente un dibattito che merita approfondimenti e ulteriori discussioni ma che necessita di competenze di storia economica e una paziente e rigorosa ricostruzione dei fatti alla luce di una consolidata metodologia storiografica. In queste pagine, comunque, eviteremo di addentrarci in questa vicenda. Certo, penserete, la nostra città non può avere la pretesa di rappresentare l’intera situazione dell’economia del Mezzogiorno! È vero, ma è tuttavia un importante caso di studio; stiamo parlando della tredicesima città d’Italia, una delle sei città metropolitane del Sud d’Italia insieme a Bari, Napoli, Reggio Calabria, Catania e Palermo. Il Report è pensato per tutti coloro che desiderano ricevere in poco tempo informazioni essenziali sul sistema economico in cui vivono e operano; in modo particolare, tuttavia, si rivolge ai più giovani, a coloro che stanno per assumere decisioni importanti per il loro futuro, sia in relazione agli studi universitari da compiere, sia all’eventuale lavoro o attività da intraprendere. La città ha bisogno di voi, della vostra passione, del vostro talento e del vostro profondo e genuino desiderio di cambiare le cose.

  1. La partecipazione al mercato del lavoro e la ricchezza delle famiglie

Quante persone lavorano in città? Messina registra una popolazione di circa 230 mila abitanti e 99 mila nuclei familiari; in media ogni famiglia è composta da 2/3 persone. Secondo gli ultimi dati disponibili provenienti dall’Agenzia delle Entrate, i contribuenti che hanno presentato dichiarazione fiscale in città sono più o meno 133 mila, il 58% della popolazione residente. Cioè per ogni soggetto che presenta dichiarazione al fisco esiste un soggetto che non dichiara redditi. Fermiamo la nostra attenzione (un fermo immagine) a quel 42% della popolazione residente in città (circa 100 mila persone) che non ha dichiarato alcun tipo di reddito. Se teniamo fuori da questo gruppo i giovani, ossia i soggetti di età compresa tra 0 e 19 anni, circa 40 mila persone, la rimanente popolazione (60 mila persone circa) includerà moltissime donne che hanno rinunziato da tempo a cercare lavoro e una cospicua fetta di soggetti che popolano il folto bosco del mercato nero, alcuni dei quali “sopravvivono” di espedienti. Una stima, sia pure imprecisa, delle persone che in questo segmento di popolazione vivono situazioni di profondo disagio, proviene dalle domande per il reddito di cittadinanza registrato in città nella fase Pre-covid, circa 18.000. Quanto guadagna un cittadino messinese? Il grafico 1 (p. 5) riporta la distribuzione dei redditi nella nostra città. Il 33% dei contribuenti dichiara redditi compresi tra 0 e 10.000 euro lordi, ossia tra 0 e 800 euro mensili lordi, il 40% è compreso tra 15.000 e 26.000 e quindi tra 1.200 e 2.200 euro mensili lordi. Il peso della tassazione sui redditi delle famiglie (IRPEF) in città ricade in massima parte sulla fascia di contribuenti con redditi medio-bassi (50% circa). I contribuenti inclusi nella fascia bassa (0-15 mila), infatti, pagano poche tasse per via delle esenzioni e delle aliquote più basse; quelli compresi nella fascia alta di reddito, (> 75 mila), per via del numero esiguo, forniscono uno scarso contributo. L’apparenza inganna. Su dieci persone che incontriamo quotidianamente e che dichiarano di lavorare (non in nero ovviamente), 5 non riescono a superare la soglia del reddito di povertà (3 su 5, poi, percepiscono redditi inferiori a 800 euro lordi mensili); 4 appartengono alla cosiddetta classe media, con una netta prevalenza di redditi medio-bassi e 1 solo soggetto sta molto bene. In una famiglia in cui lavorano due dipendenti forse si riesce a cumulare un reddito dignitoso. Il residuo fiscale, ossia la differenza tra quanto un cittadino versa in termini di tasse (dirette e indirette) e quanto riceve in termini di benefici legati alla spesa pubblica, sarà gioco forza negativo. È evidente, infatti, che – anche solo limitatamente alla imposta IRPEF – poche persone, e per di più con redditi medio bassi, dovranno finanziare la spesa pubblica per servizi che si rivolge a tutta la popolazione residente sul territorio; sanità, istruzione, pensioni sociali e sicurezza. Comunque sia, per il residuo fiscale possediamo solo una stima a livello regionale (elaborazioni su dati ISTAT) pari a -3.576 euro pro-capite (differenza tra valore della tassazione pro-capite 7.681 e spesa pubblica pro-capite 11.257); ma non c’è ragione di credere che il dato a livello locale sia poi così tanto diverso da quello regionale. Qual’ è la fonte di reddito? Che tipo di lavoro svolge il cittadino messinese? Messina, come il grafico 2 mostra, è una città di impiegati (dipendenti pubblici e privati) e di pensionati INPS, l’ente pubblico più “caro” ai messinesi. I redditi d’impresa e dei lavoratori autonomi sono marginali. Secondo le ultime statistiche della Camera di Commercio le aziende registrate nel comune di Messina sono poco più di 20.000 e la composizione settoriale è mostrata nel grafico 3. Nei settori della manifattura, del commercio, dell’edilizia e della ristorazione sono concentrate gran parte delle imprese, più del 60%. Molte imprese (si direbbe diverse migliaia a guardare attentamente i dati fiscali !!!) risultano formalmente registrate nell’albo della Camera di Commercio ma sono inattive. Sono circa 5.000, poi, le ditte individuali (il 25% del totale) che registrano perdite di esercizio e quindi presentano un imponibile pari a zero. 3.700, invece, sono i soggetti che dichiarano redditi da impresa, di cui 307 provenienti da aziende soggette alla contabilità ordinaria (ossia imprese che fatturano più di 400.000 euro l’anno nel settore dei servizi o di 700.000 negli altri settori) e 3.400 da imprese che operano in regime di contabilità semplificata (prevalentemente artigiani). In questa apparente fragilità del sistema emergono però alcuni dati confortanti. Sono, infatti, circa 126 le imprese di capitale distribuite nella provincia di Messina che fatturano più di cinque milioni di euro l’anno e operano prevalentemente nei settori dell’energia, dei trasporti, del credito, dei prodotti elettronici e per l’agricoltura, della grande distribuzione (alimenti, automobili, prodotti elettronici), nella vendita di materie prime (ferro e derivati del petrolio). Ci sono anche partecipate pubbliche, aziende sanitaria private, imprese di prodotti alimentari (caffè, acqua minerale, lavorazioni carni) e di costruzione. Sei aziende fatturano sopra i 50 milioni di euro e alcune società hanno pensato di quotarsi in borsa. Quanto vale la ricchezza delle famiglie? Secondo nostre elaborazioni sui dati di Banca d’Italia la ricchezza netta della famiglie nel Comune capoluogo è stimata intorno a un valore di 20 miliardi (il patrimonio in capo alle società di capitale non viene conteggiato). In particolare, poi, il 50% di questa ricchezza è rappresentato dalla casa; consistente, infatti, il numero di soggetti che dichiara redditi da immobili, ossia redditi provenienti da affitti di seconde case o di immobili per negozi e attività commerciali (circa 60.000). Il 15% della ricchezza, ancora, è detenuta liquida in conti correnti, 3 miliardi circa; il rimanente in altre attività finanziarie, tra cui titoli di Stato. Una fetta consistente del patrimonio delle famiglie (circa il 90%) è detenuto in attività finanziarie ritenute “sicure” – case, depositi bancari e titoli – e investita in attività non produttive. E questo è un grave problema!

3 Quale sarà il futuro del sistema economico della città?

Proviamo a immaginare la Messina del futuro a partire dai dati che abbiamo e tracciamo alcune linee di tendenza lungo le quali essa si muoverà in assenza di un piano o un intervento in grado di modificare radicalmente la dinamica del sistema. In poche parole, che città ci toccherà vedere tra 20 anni, se non facciamo nulla per cambiare le tendenze? Ora, se con una forte dose di ottimismo assumiamo che 1) la popolazione rimanga stazionaria, ossia il tasso di natalità permane uguale al tasso di mortalità (nei primi nove mesi del 2019 il saldo tra i nati e i morti è stato negativo -832); 2) il rapporto tra la popolazione residente e quella attiva (numero di occupati e persone in cerca di lavoro) si mantenga costante, allora è possibile avanzare due previsioni. La prima riguarda il numero dei pensionati che, tra venti anni, si attesterà ancora su un valore superiore al 40%. Gli impiegati di oggi, infatti, saranno la componente più importante dei pensionati di domani e le pensioni continueranno ad essere la maggiore fonte di reddito della città. Contrariamente a quanto accade oggi, tuttavia, i lavoratori che andranno via via in pensione nei prossimi anni “godranno” del regime contributivo e quindi, nel migliore dei casi, di una pensione pari a circa il 30% percento in meno dell’ultima retribuzione. Il welfare familiare, generosamente erogato dai nonni a favore dei figli e dei nipoti, conoscerà tempi duri. Seconda previsione: gli impiegati che andranno in pensione dovranno essere rimpiazzati da nuovi occupati. Ipotizzando un turn-over pari a 0,80, e cioè 8 nuove assunzioni per ogni 10 pensionati (un numero generoso rispetto ai dati attuali di quota 100), la quota di lavoratori dipendenti sarà, a regime, circa del 40%, il 10% in meno di quelli che attualmente dichiarano un reddito. Cosa ne sarà del rimanente 10%? Con buona probabilità finirà per alimentare il numero di coloro che fuggono dalla città o incrementare il serbatoio della disoccupazione, anche se questa percentuale potrebbe comunque essere un po’ sovrastimata a causa del calo delle nascite e quindi dalla decrescita della popolazione. La simulazione dunque lascia prevedere, se nulla cambiasse, un impoverimento generalizzato. La riduzione complessiva attesa dei redditi, infatti, determinerebbe un calo della domanda di beni e servizi con le professioni e gli esercizi commerciali sempre più in difficoltà. E poiché molte famiglie, per mantenere lo stesso tenore di vita e/o mantenere i figli emigranti, dovranno fare affidamento sulla ricchezza accumulata nel passato (prevalentemente immobilizzata nell’acquisto delle case), si potrà determinare un’ulteriore eccesso di offerta di immobili e quindi un probabile altro calo del loro valore. Insomma è prevedibile una drastica cura dimagrante dell’economia cittadina; per non parlare dello spopolamento, dell’invecchiamento della popolazione e della fuga di giovani qualificati. Certo, in linea teorica – anche accettando malvolentieri l’impoverimento dei futuri pensionati – è possibile sostenere che un tasso di sostituzione dei dipendenti pubblici e privati nel rapporto 1:1 potrebbe lasciare la situazione invariata. Basterebbe dunque chiedere tanti concorsi pubblici quanti sono coloro che vanno in pensione e sostenere le attività produttive private tradizionali (commercio, edilizia) in modo tale da assicurare il turn-over, lasciando che la stragrande maggioranza dei giovani in esubero rispetto alle necessità del mercato del lavoro continui ad emigrare in cerca di lavori più qualificati. Ci si può anche battere per assicurare tale obiettivo ma non credo sia un futuro di decrescita felice quello che vogliamo riservare ai nostri figli.

  1. Chi ha pagato il prezzo del Covid

La gran parte dei redditi dei nostri cittadini non ha subito forti riduzioni a causa del lockdown. I pensionati e i pubblici dipendenti hanno avuto i redditi garantiti dallo Stato. Anche per i dipendenti regolarmente assunti dalle imprese private lo Stato è intervenuto attraverso l’erogazione della cassa integrazione (quella in deroga), anche se con evidenti ritardi, difficoltà e importi ridotti in media del 25%. Nel caso dei redditi da lavoro autonomo (0,6% dei redditi complessivi) la situazione è più articolata. In primo luogo all’interno di tale categoria si trovano soggetti con fasce di reddito molto variegate; da coloro che guadagnano 15.000 euro l’anno (piccoli artigiani) a riconosciuti professionisti con redditi superiori ai 100.000 euro. Una parte dei lavoratori autonomi (avvocati, notai, commercialisti), poi, lavora a prestazione e spesso può risultare difficile individuare quante prestazioni sono state interrotte in questo periodo e poi parte del lavoro ha potuto continuare ad essere svolto in back office da casa o da studio. È pur vero, tuttavia, che in molte professioni (vedi quella degli avvocati, per esempio) i problemi di natura economica vengono da lontano ed è ragionevole pensare che la crisi del coronavirus li abbia soltanto fatti emergere nella loro cruda oggettività. La tipologia di redditi sicuramente più colpita dalla crisi, sono i redditi da impresa (circa 8000 soggetti in totale) e tra questi soprattutto quelli della piccola impresa, individuale e/o familiare, con pochi dipendenti, rimasta ferma in questo periodo; le piccole attività commerciali (bar, centri benessere, palestre), la ristorazione, gli alberghi, le associazioni culturali (cinema, teatro, cultura sport). Trattasi, comunque, di una piccola quota di soggetti rispetto al totale dei contribuenti. Rimane, infine, colpita duramente tutta la schiera di soggetti che non dichiara redditi, vive di espedienti, si muove nel mercato nero (si stima attorno a 20/25 mila persone) e di cui è impossibile valutare gli effetti. È stato stimato che, con un piccolo aumento una tantum in misura fissa dell’aliquota dell’addizionale comunale all’IRPEF dell’1% sui redditi di tutte quelle attività che non sono state influenzate dalla crisi covid (90%), si sarebbero potuti raccogliere più di 10 milioni di euro per sostenere la situazione di coloro che sono rimasti indietro durante la pandemia.

  1. Gli “irrinunciabili 10”

Dieci sono gli obiettivi di politica economica che l’azione di governo a livello nazionale, regionale e locale deve perseguire per consentire alla città di raggiungere uno standard di vita che sia comparabile con quello di altre città europee. Qualunque azione di politica economica o progetto, poi, dovrà essere esaminato e valutato in basa alla capacità di raggiungere tali obiettivi. Sono, ovviamente, linee di indirizzo che andranno poi successivamente declinate in specifiche misure e interventi; in estrema sintesi ecco l’elenco degli “irrinunciabili dieci”: a) Aumentare le opportunità e la partecipazione al mercato del lavoro delle donne e dei giovani e migliorare la qualità dei posti di lavoro. L’economia attuale genera molti lavori con scarsa qualifica e bassa retribuzione; b) Maggiore cura dell’ambiente e sostegno alle attività in grado di migliorare l’impatto sulle risorse naturali e ambientali; c) Emersione della diffusa e straripante economia sommersa e lotta alle organizzazioni criminali; d) Rigenerazione urbana e riqualificazione delle periferie; (Baracche) e) Connessioni infrastrutturali, materiali e digitali, della città al continente e agli altri centri metropolitani; f) Difesa del territorio e nuovo assetto idrogeologico; g) Migliorare l’organizzazione ed elevare la qualità dei servizi pubblici locali (trasporti, rifiuti, acqua, energia, spazi verdi); h) Rivoluzionare la macchina amministrativa e migliorare l’efficienza nella gestione dei servizi erogati dalla Pubblica amministrazione. Reclutamento di una nuova classe dirigente e riconoscimento del merito; i) Migliorare la quantità delle strutture e la qualità dei servizi sanitari, pubblici e privati. Serve una nuova sanità territoriale; j) Sostenere il trasferimento delle conoscenze tecnologiche dalla università e dai centri di ricerca CNR, INGV alle imprese: Il ruolo degli spin-off. Il raggiungimento di tali obiettivi spesso richiede una collaborazione con i livelli di governo superiore quello regionale ed in particolare quello nazionale ai quali la legge attribuisce le competenze normative. Su ognuno di questi obiettivi, inoltre, si potrebbe scrivere un capitolo di libro o di quello che gli esperti chiamano Piano Generale Strategico della nostra città. A proposito, l’ultimo – e forse anche il primo –, è stato scritto quasi vent’anni fa. È giunto il momento di elaborarne uno nuovo che corrisponda a sfide impensabili anche fino a poco tempo fa.

  1. Il dibattito al livello nazionale

Esiste nel paese uno storico e controverso dibattito riguardo alle possibili soluzioni per tentare di ridurre il gap tra le aree del paese, quelle del nord e quelle del mezzogiorno. Dal punto di vista teorico, riducendo ai minimi termini l’articolato dibattito, emergono tre posizioni. La prima suona così: al fine di recuperare il ritardo serve un intervento esterno (esogeno) in grado di creare direttamente posti e opportunità di lavoro; questo intervento, inoltre, deve essere portato avanti dallo Stato. Dobbiamo aumentare la spesa in investimenti per realizzare infrastrutture, sostenere le imprese, la formazione e la ricerca. Ci si può spingere anche a una nuova politica di industrializzazione del Sud con la presenza dello Stato o di un’agenzia autonoma per il Sud che decide e finanzia i progetti e partecipa, eventualmente, al capitale delle imprese. Servono poi maggiori trasferimenti di risorse dalle regioni più ricche del Nord a quelle del Sud per sostenere questi interventi. Questo modello è già stato sperimentato a partire dal secondo dopoguerra con l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno che in un primo periodo (1950-1965) fu libera di lavorare e implementare progetti in determinate aree del Mezzogiorno nella sola logica dello sviluppo e dell’eliminazione delle aree depresse, con successi molteplici: ma dopo, con l’interferenza della politica e la perdita di autonomia, l’intervento è degenerato in clientele e “ruberie”; La seconda posizione è quella che vede il Sud protagonista di uno sviluppo autopropulsivo (endogeno), un sistema capace di creare al proprio interno le opportunità di lavoro e di crescita. Lo Stato si limita ad accompagnare tali processi realizzando le infrastrutture materiali e immateriali necessarie a consentire la connessione dei territori e determinare gli incentivi economici che sostengono lo sviluppo. Per esempio, nel tentativo di attrarre risorse e investimenti esterni, il governo provvede alle incentivazioni fiscali ma la partita si gioca sulla capacità dei territori di organizzare quelle azioni di sistema che rendono un’intera area competitiva e che sono in grado di ridurre i costi di produzione (lavoro, trasporto, logistica), l’inefficienza della burocrazia e promuovere la formazione, sostenere la ricerca e il trasferimento tecnologico; alimentare una clima culturale che guarda con favore le attività imprenditoriali. Questo modello non è mai stato sperimentato, nonostante abbia avuto importanti sostenitori (ieri, da Giustino Fortunato a Mimì La Cavera, oggi, da Carlo Borgomeo a Gianfranco Viesti). È sicuramente il modello da prendere in considerazione. La terza posizione fa riferimento a coloro che, al di là dello sviluppo esogeno o endogeno, pensano che non sia necessario intervenire a tutti i costi per favorire un processo di convergenza che nella storia degli ultimi 50 anni ha drenato consistenti risorse finanziare con scarso risultato. Dobbiamo accettare una sorta di tendenza strutturale del sistema economico del paese verso la polarizzazione delle regioni attorno a due livelli di reddito; uno per il ricco Nord e uno per il più povero Sud, oltre che la ripresa del fenomeno migratorio per chi non avesse voglia di accettare lavori non qualificati e livelli di reddito più bassi. È una posizione rivendicata dai leghisti della prima ora e oggi sostenuta, sebbene non sempre in modo esplicito, da coloro che vogliono un’autonomia regionale molto spinta.

  1. C’è qualcosa che possiamo fare noi?

Per parte nostra possiamo fare due cose. La prima è cambiare il paradigma culturale e gestionale dell’amministrazione pubblica locale; è un nostro preciso obiettivo svolgere in modo efficiente le attività in cui le amministrazioni locali hanno specifiche competenze di indirizzo politico e di gestione. Ancora, una prima linea di attacco al sommerso (pagamento dei tributi locali) grava sulle nostre spalle, così come la responsabilità di programmare gli interventi sul territorio (piano regolatore) e di spendere bene le risorse europee e nazionali assegnate. La seconda funzione è strategica; elaborare un piano, una visione. Tra i vari settori produttivi in grado di aumentare l’occupazione, su quali settori la città dovrebbe puntare? Ambiente, turismo, energia, logistica? O cosa altro? Cosa succederà al commercio e all’edilizia? Tra le infrastrutture che ci connettono al continente e alle altre città metropolitane quali sono quelle prioritarie? A livello sanitario ci vogliamo limitare a un miglioramento generalizzato della qualità dei servizi sanitari e delle cure o puntare su alcune eccellenze? Come ridisegnare la configurazione urbanistica della città? Quale deve essere il rapporto della città con il mare? Le università di Messina e Reggio saranno più vicine impegnandosi a sostenere la nascita di un Politecnico del Mediterraneo dello Stretto, ovvero un polo di formazione tecnica e scientifica internazionale che guarda ai paesi del Mediterraneo? Come riqualificare le periferie? Quale modello di formazione professionale per creare le nuove professioni richieste dal territorio? Tutto ciò ovviamente dipende da noi; non può essere deciso da Roma né da Palermo. E su questi aspetti si gioca la vera grande sfida del cambiamento della nostra città.

  1. Serve unità, coesione e responsabilità

Il Presidente del Consiglio Mario Draghi nel suo discorso programmatico in Senato, in occasione del dibattito sulla fiducia al governo, ha rivolto al Parlamento l’appello all’unità, alla coesione e alla responsabilità. Davanti a una crisi senza precedenti e alla necessità di avviare un’azione di ricostruzione del paese, ha dichiarato Mario Draghi, «l’unità non è una opzione, l’unità è un dovere. Ma è un dovere guidato da ciò che ci unisce tutti: l’amore per l’Italia». Ora, allo stesso modo, è sotto gli occhi di tutti che la nostra città affronta la più profonda crisi economica dal secondo dopoguerra. La situazione economica e sociale era già difficile ma è stata resa drammatica dalla pandemia: due famiglie su quattro vivono in stato di povertà, il sistema produttivo è azzoppato, la disoccupazione ha raggiunto livelli di guardia. Le criticità storiche che hanno pesantemente condizionato lo sviluppo della città vanno definitivamente affrontate. È il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità. Decliniamo anche a livello locale l’invito del Presidente del Consiglio Draghi alla unità, coesione e responsabilità e poniamo le basi per la “rinascita” della città. In risposta alle grandi emergenze sanitaria, economica e sociale, la nostra comunità ha bisogno di recuperare il senso dell’appartenenza, condividere una meta comune, avviare una forte interlocuzione con il governo nazionale sulla base di pochi ma precisi obiettivi sui quali puntare per lo sviluppo della città. Una crisi così profonda può essere trasformata in un’occasione storica per ridare un futuro di speranza alle nuove generazioni.

12 aprile 2021

MICHELE LIMOSANI

Messina: un’istantanea sull’economia della città

(synthesis; full article – Gazzetta del Sud, Gli effetti della crisi, le criticità, i numeri: ecco come sta l’economia a Messina, di Lucio D’Amico, 5 Aprile 2021 -: https://messina.gazzettadelsud.it/articoli/economia/2021/04/05/gli-effetti-della-crisi-le-criticita-i-numeri-ecco-come-sta-leconomia-a-messina-a60048e5-5118-438c-8376-6ec20ca708dc/amp/)

Abstract: Obiettivo di questo saggio è offrire un’istantanea sullo stato di salute economica della città di Messina, popolata di dipendenti pubblici e di pensionati, colpita meno dal Covid rispetto ad altre realtà, rispetto alla quale sono drammatiche le previsioni per i prossimi 20 anni, se non si cambierà la visione strategica, soffermando l’attenzione sui pilastri fondamentali del sistema, cioè su quelle grandezze economiche sulle quali poggia l’intera costruzione del sistema produttivo locale.

Keywords: Messina, crisi economica, sistema produttivo locale, questione meridionale, Area dello Stretto, rilancio economico.

Obiettivo di questo Report è offrire un’istantanea sullo stato di salute economica della nostra città, soffermando l’attenzione sui “fondamentali” del sistema, cioè quelle grandezze economiche sulle quali poggia l’intera costruzione del sistema produttivo locale. La foto del sistema che si propone è proprio un’istantanea, ed è naturale pensare che ciò che siamo e che osserviamo oggi sia anche il risultato della storia e delle scelte pregresse di politica economica operate dai vari governi nazionali, regionali e dalla classe dirigente locale.

Messina registra una popolazione di circa 230 mila abitanti e di 99 mila nuclei familiari. La media è di 2-3 persone a famiglia. I contribuenti che hanno presentato dichiarazione fiscale in città sono circa 133 mila, il 58 per cento della popolazione residente. Per ogni soggetto che presentazione dichiarazione al fisco esiste un altro soggetto che non dichiara redditi. Parliamo di centomila delle duecentotrentamila persone. Se si tengono fuori i bambini, i ragazzi e i giovani tra zero e 19 anni (40 mila), restano 60 mila messinesi che o non lavorano o popolano il folto bosco del mercato nero o vivono di puri e semplici espedienti. Nella fase pre-Covid furono 18 mila le istanze presentate dai messinesi per il Reddito di cittadinanza.

Il 33 per cento dei contribuenti dichiara redditi compresi tra 0 e 10 mila euro lordi (tra 0 e 800 euro mensili lordi), il 40% è compreso tra 15 mila e 26 mila (fino a un massimo di 2200 euro lordi). Il peso della tassazione sui redditi delle famiglie (Irpef) in città ricade in massima sulla fascia di contribuenti con redditi medio-bassi (circa il 50 per cento). I contribuenti inclusi nella fascia bassa (0-15 mila), infatti, pagano poche tasse per via delle esenzioni e delle aliquote minori; quelli compresi nella fascia alta di reddito, per via del numero esiguo, forniscono uno scarso contributo. Il residuo fiscale, ossia la differenza tra quanto un cittadino versa in termini di tasse (dirette e indirette) e quanto riceve in termini di benefici legati alla spesa pubblica sarà giocoforza negativo. È evidente, infatti che poche persone, e per di più con redditi medio-bassi, dovranno finanziare la spesa pubblica per servizi (che si rivolge a tutta la popolazione residente sul territorio): sanità, istruzione, pensioni sociali e sicurezza. Su dieci persone che incontriamo ogni giorno e che dichiarano di lavorare (non in nero, ovviamente), 5 non riescono a superare la soglia del reddito di povertà, 4 appartengono alla cosiddetta classe media, con una netta prevalenza di redditi medio-bassi e un solo soggetto, dico 1, sta molto bene.

Messina è una città essenzialmente di impiegati e di pensionati Inps. I redditi d’impresa e dei lavoratori autonomi sono marginali. Poco più di ventimila sono le aziende registrate, secondo le ultime statistiche della Camera di Commercio, gran parte delle quali concentrate nei settori della manifattura, del commercio, dell’edilizia e della ristorazione. Diverse migliaia le imprese che risultano essere registrate ma sono inattive. Circa 5 mila le ditte individuali che registrano perdite di esercizio e presentano quindi un imponibile pari a zero.

In questa apparente estrema fragilità del sistema emergono anche alcuni dati confortanti. Sono, infatti, circa 126 le imprese di capitale distribuite nella provincia di Messina che fatturano più di 5 milioni di euro l’anno e operano prevalentemente nei settori dell’energia, dei trasporti, del credito, dei prodotti elettronici e per l’agricoltura, della grande distribuzione e della vendita di materie prime (ferro e derivati del petrolio). Ci sono poi le partecipate, aziende sanitarie private, imprese di prodotti alimentari e di costruzione. Sei aziende fatturano sopra i 50 milioni di euro e alcune società hanno pensato, o lo stanno facendo, di quotarsi in Borsa.

La ricchezza netta delle famiglie nel Comune capoluogo, secondo nostre elaborazioni sui dati di Banca d’Italia, è stimata intorno a un valore di 20 miliardi. In particolare, il 50% di questa ricchezza è rappresentato dalla casa; consistente è, infatti, il numero di soggetti che dichiara redditi da immobili, ossia redditi provenienti da affitti di seconde case o di immobili per negozi e attività commerciali (circa 60 mila). Il 15% della ricchezza è ancora detenuta liquida nei conti correnti, 3 miliardi circa. Il rimanente in altre attività finanziarie, tra le quali i titoli di Stato. Una fetta consistente del patrimonio delle famiglie (circa il 90%) è detenuto in attività finanziarie considerate sicure (case, depositi bancari e titoli) e investita in attività non produttive. E questo è un grave problema.

In poche parole, abbiamo immaginato come potrebbe essere la nostra città fra vent’anni, se non facciamo nulla per cambiare le attuali tendenze. Se assumiamo che la popolazione rimanga stazionaria, ossia il tasso di natalità permane uguale a quello di mortalità, e qui ci vuole una forte dose di ottimismo; se assumiamo che il rapporto tra la popolazione residente e quella attiva si mantenga costante, allora è possibile avanzare due previsioni. La prima riguarda il numero di pensionati che, tra 20 anni, si attesterà ancora su un valore superiore al 40 per cento. Gli impiegati di oggi saranno la componente più importante dei pensionati di domani e le pensioni continueranno a essere sempre più la maggiore fonte di reddito della città. Ma questi pensionati, che dovranno “godere” del regime contributivo, avranno un pensione pari a circa il 30 per cento in meno dell’ultima retribuzione. Il welfare, generosamente erogato dai nonni a favore dei figli e nipoti, conoscerà tempi duri. La seconda previsione è che gli impiegati che andranno in pensione dovranno essere rimpiazzati. Ipotizzando un turn-over pari a 0,80 (8 nuovi assunti su 10 pensionati), la quota di lavoratori dipendenti sarà a regime circa del 40%, il 10 per cento in meno di quelli che attualmente dichiarano un reddito.

Con buona probabilità quel 10% finirà per alimentare il numero di coloro che fuggono dalla città o incrementare il serbatoio della disoccupazione.

La gran parte dei redditi dei nostri concittadini non ha subito forti riduzioni a causa dei lockdown, i pensionati e i pubblici dipendenti hanno avuto i redditi garantiti dallo Stato, i dipendenti delle aziende private hanno avuto i benefici della cassa integrazione, anche se con evidenti ritardi e difficoltà, e importi ridotti in media del 25%.

Gli obiettivi indispensabili per consentire alla città di superare la crisi sono: incremento delle opportunità e della partecipazione al mercato del lavoro delle donne e dei giovani, maggior cura dell’ambiente, emersione dell’economia sommersa, rigenerazione urbana, connessioni infrastrutturali della città al Continente e alle altre città metropolitane, difesa del territorio, riorganizzazione dei servizi pubblici territoriali, rivoluzione della macchina amministrativa, qualità dei servizi sanitari, innovazione tecnologica. Questi obiettivi fanno parte di una visione strategica che la città deve darsi, incalzando i Governi centrali (Stato e Regione) ma anche dotandosi del coraggio necessario a compiere scelte e a portarle avanti fino in fondo. Una crisi così profonda può essere trasformata in una occasione storica per ridare un futuro migliore alle nuove generazioni.

29 marzo 2021

CHARLES GOODHART

Inflation after the pandemic: Theory and practice

(synthesis; full article – Vox Eu CEPR 13 June 2020 – https://voxeu.org/article/inflation-after-pandemic-theory-and-practice)

Abstract: The correlation between monetary growth and inflation has an historic pedigree as long as your arm. This column argues that rejecting the likelihood of (eventually) rising velocity following the current massive monetary expansion requires an alternative theory of inflation that has successfully eluded all of us thus far. Ignoring the potential inflationary dangers is the equivalent to an ostrich putting its head in the sand, and while the path towards disinflation may be well known, it simply isn’t available today.

Keywords: pandemic, inflation, monetary growth, inflationary dangers.

“Inflation is always and everywhere a monetary phenomenon in the sense that it is and can be produced only by a more rapid increase in the quantity of money than in output.” Thus, wrote Milton Friedman in 1970 (The Counter-Revolution in Monetary Theory). And for much of the rest of the last century that doctrine was treated as almost self-evident, and taught in most macroeconomic classes at our universities.

Of course, there are many qualifications, to many of which I contributed in my role as a Bank of England economist at the time. Let us take three such:

· First, the money stock is endogenous (even monetary base in a world where central banks use the short-term interest rate as their primary instrument). While inflation requires monetary growth to facilitate and enable it, it may not be the ultimate cause of that pressure. Using monetary measures alone to offset inflationary, or deflationary, pressures may be somewhat of a blunt instrument, and sometimes with undesirable side-effects, whereas focusing on the treatment of the deeper causes, though in concert with complementary monetary measures, could be preferable.

· Second, there are numerous definitions of monetary growth, and they frequently move in divergent ways.

· Third, and related to the second qualification, the velocity of each, or any, of these can change quite dramatically, even over short periods. An obvious example of the latter is the total collapse of the velocity of M0 in the aftermath of its huge expansion, via quantitative easing, following the Great Financial Crisis (GFC), in some large part because a combination of interest on excess reserves (IOER), regulation and a desire for liquidity moved commercial banks into a liquidity trap, where they were prepared to mop up excess reserves almost without limit, thereby disrupting the transmission mechanism to the broader monetary aggregates and the real economy beyond.

We are, of course, currently in a context where the velocity of broad money is dropping just about as fast as its overall supply is being expanded. This arises from a combination of massive involuntary saving (people cannot go on holiday, attend theatres, buy new clothes, etc.), equivalent falls in the incomes of those supplying such services (offset by various forms of fiscal expansion, such as paid furloughs), and precautionary savings. Yes, indeed, but that will not last. Sometime in the foreseeable future, shops, hotels, even theatres, will reopen and the related workers will be rehired. At this point, velocity will revert back towards normality. And what then?

The correlation between monetary growth and inflation has an historic pedigree as long as your arm. Rejecting the likelihood of (eventually) rising velocity following the current massive monetary expansion requires an alternative theory of inflation that has successfully eluded all of us thus far. Ignoring the potential inflationary dangers is the equivalent to an ostrich putting its head in the sand.

But to mix my metaphors, our typical central bank ostrich has another barrel to their gun. Thus, our typical central bank ostrich will say that, even should there be some resurgence in inflation (and it goes beyond a welcome offset to prior undershoots), “we know how to deal with it”. That position strikes me as an a-historical one, perhaps a consequence of economic history in our universities being relegated to a subsidiary status compared, for example, to mathematical mastery of DSGE models.

Even if the path towards disinflation is well known, it simply isn’t available today. The great difficulties that central banks had in raising interest rates sufficiently to conquer inflation in the 1970s are a stark reminder of the difficulties of lowering inflation. Remember Arthur Burns’ (1979) “Anguish of Central Banking”. It took the alignment of three key people – Steve Axilrod, a master monetary tactician/strategist at the Fed; Paul Volcker, a brave and determined Fed chairman; and Ronald Reagan, an understanding, patient and competent president – to bring off that difficult exercise, and what a difficulty it was! Nominal short-term rates went above 20% and real short-term rates were above 5%; there was a short-sharp recession; many less developed countries got into massive difficulties and almost defaulted; and the global systemically important banks were almost all, on a mark-to-market basis, insolvent. And that was at a time when the debt ratios, both in the public and private sectors, were far, far lower than today. Should we see inflation come back, and become expected – if only for a relatively short period of years – at a time when unemployment is likely to remain quite high and the debt ratios have gone through the roof, with over extended and fragile financial markets, is it really sensible to expect that central banks would be politically and socially allowed to raise interest rates on their own account sufficiently to bring

inflation back to target? After all, the vaunted independence of the central bank remains in the gift of each national government, except in the case of the ECB where it is protected by a treaty. But even there, should the ECB try to take back the subsequent inflationary surge by sharply raising interest rates, it would be sensible for the Mayor of Frankfurt to invest in equipment to deter riots and demonstrations.

Indeed, in the context of massive government deficits, and debt ratios rising sharply over 100%, (well over the level of Reinhart and Rogoff feared would normally cause serious economic problems), we may need to rethink how to adjust and protect the concept of central bank independence. A few brave economists have begun to think along such lines (e.g. Bianchi 2020, Cukierman 2020). I happen to believe that there are other and better ways to make such adjustments. But that is for another column.

22 marzo 2021

MICHELE LIMOSANI

Anche a Messina servono unità e responsabilità. Ricostruiamo insieme

(synthesis; full article – Tempostretto February 18 2021 -: https://www.tempostretto.it/news/lappello-di-limosani-anche-a-messina-servono-unita-e-responsabilita-ricostruiamo-insieme.html)

Abstract: Una crisi economica senza precedenti deve indurre a una azione unitaria e coesa. Riportando al centro del dibattito politico il ruolo dello Stato e del Governo, il nuovo Presidente del Consiglio, che ha il compito di guidare l’Italia fuori dalla crisi più grave mai vissuta dall’Italia dal secondo dopoguerra e di avviare un piano di rilancio, per impostare un Recovery Plan in grado di accelerare il rilancio ha bisogno della cooperazione generale. Facendo un parallelismo, per salvare la città di Messina, occorre che tutte le forze in campo concorrano senza farsi condizionare dalle divisioni politiche, delineando un orizzonte comune per gli investimenti che guardi alle generazioni future e non agli interessi di parte del presente.

Keywords: Crisi economica, politica delle riforme, unità per lo sviluppo, ricostruzione del paese, piano di rilancio.

Il Presidente del Consiglio Mario Draghi ieri in Senato, riprendendo un preciso e inequivocabile invito del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha rinnovato al Parlamento l’appello all’unità, alla coesione e alla responsabilità. Davanti ad una crisi senza precedenti e alla necessità di avviare un’azione di ricostruzione del paese, ha dichiarato Mario Draghi, “l’unità non è una opzione, l’unità è un dovere. Ma è un dovere guidato da ciò che ci unisce tutti: l’amore per l’Italia”.

La crisi a Messina

Ora, allo stesso modo, è sotto gli occhi di tutti che la nostra città affronta la più profonda crisi economica dal secondo dopoguerra. La situazione economica e sociale era già difficile ma è stata resa drammatica dalla pandemia: due famiglie su quattro vivono in stato di povertà, il sistema produttivo locale è azzoppato, la disoccupazione ha raggiunto livelli di guardia. Le criticità storiche che hanno pesantemente condizionato lo sviluppo della città vanno definitivamente affrontate. E’ il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità.

L’appello

Da semplice cittadino, dunque, e interpretando anche un sentire diffuso nella nostra comunità, mi permetto di rivolgere pubblicamente un appello all’On. Cateno De Luca, sindaco della città di Messina, al Presidente del Consiglio Comunale Dr. Claudio Cardile e agli onorevoli Francesco D’Uva, Pietro Navarra e Matilde Siracusano, in rappresentanza delle forze politiche che sostengono il governo Draghi. “Facciamo nostro l’invito del Presidente della Repubblica Mattarella e del Presidente del consiglio Draghi alla unità, coesione e responsabilità”. Spesso vi abbiamo sentito dire, e non abbiamo motivo di dubitarne, di voler orientare la vostra azione politica al bene della città. E’ questo il momento di dare concretezza e puntuale riscontro alle vostre promesse.

Ricostruire Messina

E’ necessario, infatti, porre adesso le basi per la ricostruzione della città. In risposta alla grandi emergenze sanitaria, economica e sociale la nostra comunità ha bisogno di ritrovarsi attorno alla propria classe dirigente, avviare una forte interlocuzione con il governo nazionale ed individuare pochi ma grandi progetti sui quali puntare per la rinascita della città. 1. Infrastrutture materiali ed immateriali per essere connessi all’Europa; 2. Risanamento urbano; 3. Transizione green con interventi mirati nei settori dell’edilizia, dell’energia, dei rifiuti, dei trasporti, della biodiversità. Pochi progetti dunque ma che, insieme agli interventi e le proposte di riforma (burocrazia, giustizia, scuola) che verranno portati avanti dal governo nazionale, rappresentano il volano per il futuro sviluppo del territorio.

E’ un’occasione storica. I cittadini, ne sono sicuro, sapranno riconoscere il lavoro e lo sforzo di una classe dirigente che avrà avuto a cuore le sorti della città prima di ogni calcolo e di convenienza politica di parte. Uniti a Roma per salvare il paese; uniti a Messina per ridare un futuro di speranza alle nuove generazioni.

1 marzo 2021

MICHELE LIMOSANI

 Come sarà Messina tra vent’anni

 Abstract: Messina è una città i cui abitanti sono in gran parte pubblici dipendenti o pensionati e, a causa del forte disagio giovanile, si appresta ad essere teatro di una nuova grande fuga. Partendo dai dati attuali, a fronte di una un’economia locale fragile e dipendente e una condizione di disagio giovanile che non accenna a cambiare e potrebbe quindi condurre la città verso un impoverimento generalizzato, si prova a tracciare il quadro di una Messina nel futuro. A partire dai dati oggi disponibili, si anticipano le linee di tendenza dell’economia locale lungo le quali, in modo quasi automatico, essa si muoverà in assenza di un piano o di interventi in grado di modificare radicalmente la dinamica del sistema. In poche parole, la città nel 2040 rischia di trovarsi in una crisi resa ormai irreversibile.

 Keywords : Messina, crisi economica, spopolamento, disoccupazione, pensionati.

 Proviamo a fare un esperimento: immaginare la Messina del futuro a partire dai dati che abbiamo oggi a disposizione, anticipare quindi le linee di tendenza dell’economia locale lungo le quali, in modo quasi automatico, essa si muoverà in assenza di un piano o un intervento in grado di modificare radicalmente la dinamica del sistema. In poche parole, che città ci toccherà vivere tra 20 anni?

L’emorragia di giovani continua

Il dato di partenza è quello relativo al mercato del lavoro. Come è noto, tra tutti coloro che hanno presentato dichiarazioni fiscali alla Agenzie delle Entrate nell’ultimo anno il 40% ha dichiarato un reddito da pensione mentre il numero di soggetti che ha percepito redditi da lavoro dipendente, sia pubblico che privato, è risultato pari al 50%. In totale, quindi, le due categorie da sole rappresentano il 90% dei redditi generati in città. Da non trascurare, poi, l’allarmante dato sulla perdita del “capitale umano”; in un recente rapporto l’Istat indica che la probabilità di un laureato tra i 25 e 39 anni di lasciare il Sud è compresa tra il 31% e il 35%; più di un laureato su tre se ne va.

Una città di pensionati

Ora, se con una forte dose di ottimismo assumiamo che 1) la popolazione rimane stazionaria, ossia il tasso di natalità permane uguale al tasso di mortalità (nei primi nove mesi del 2019 il saldo tra i nati e i morti è stato negativo -832); 2) il rapporto tra la popolazione residente e quella attiva (numero di occupati e persone in cerca di lavoro) si mantiene costante, allora è possibile avanzare due previsioni. La prima riguarda il numero dei pensionati che, tra venti anni, si attesterà ancora su un valore superiore al 40%. Gli impiegati di oggi, infatti, saranno la componente più importante dei pensionati di domani e le pensioni continueranno ad essere la maggiore fonte di reddito della città. Contrariamente a quanto accade oggi, tuttavia, i lavoratori che andranno via via in pensione nei prossimi anni “godranno” del regime contributivo e quindi, nel migliore dei casi, di una pensione pari a circa il 30% percento in meno dell’ultima retribuzione. Il “welfare familiare”, generosamente erogato dai nonni a favore dei figli e dei nipoti, conoscerà tempi duri.

La grande fuga

Seconda previsione: gli impiegati che andranno in pensione dovranno essere “sostituiti” da nuovi occupati. Ipotizzando un turn-over pari a 0,80, e cioè 8 nuove assunzioni per ogni 10 pensionati (un numero generoso rispetto ai dati attuali di quota 100), la quota di lavoratori dipendenti sarà, a regime, circa del 40%, il 10% in meno di quelli che attualmente dichiarano un reddito. Cosa ne sarà di questo 10%? Con buona probabilità finirà per alimentare il numero di coloro che fuggono dalla città o incrementare il serbatoio della disoccupazione, anche se questo valore potrebbe comunque essere un po’ sovrastimato a causa del calo delle nascite e quindi dalla decrescita della popolazione.

Cura dimagrante per l’economia

Gli indicatori a nostra disposizione, dunque, disegnano un’economia locale fragile e dipendente e una condizione di disagio giovanile che, se nulla cambia, potrebbe condurre la città verso un impoverimento generalizzato. La riduzione complessiva attesa dei redditi, infatti, determinerebbe un calo della domanda di beni e servizi con le professioni e gli esercizi commerciali sempre più in difficoltà. E poiché molte famiglie per mantenere lo stesso tenore di vita dovranno fare affidamento sulla ricchezza accumulata nel passato (prevalentemente immobilizzata nell’acquisto delle case), si potrebbe assistere ad un ulteriore calo del valore degli immobili. Insomma è prevedibile una drastica cura dimagrante dell’economia cittadina; per non parlare dello spopolamento, dell’invecchiamento della popolazione e della fuga dei giovani qualificati.

Urge un’idea di città

Una breve considerazione finale. E’ evidente che in assenza di un sostanziale cambiamento nella conduzione della politica economica locale e del sostegno del governo regionale e nazionale non saremo in grado di evitare in futuro lo stato di crisi. Urge un’idea e una visione di città diversa da quella appena tracciata, un piano di azione coraggioso in grado di allungare lo sguardo oltre i confini della nostra provincia. E’ necessario inoltre implementare rapidamente interventi di sistema per attrarre investimenti privati dall’esterno e assumere decisioni strategiche sulle infrastrutture necessarie per collegare la Sicilia e Messina al resto d’Europa. Primun vivere deinde administrare. Se la città è destinata a “collassare” quale consolazione può arrecare alle nostre menti il fatto di sapere che le strade saranno senza buche, le fontane zampillanti, la vita nei quartieri ordinata e i giardinetti -dove gli anziani sempre più numerosi si ritroveranno-, puliti e ornati da fiori dai vivaci colori?

1 settembre  2020

MICHELE LIMOSANI

Lo sviluppo di Messina deve passare dall’area vasta dello Stretto

Abstract:   Nella convinzione che Messina non possa chiudersi in ambito comunale ma debba ragionare “in grande”, occorre che lo sviluppo della città, sia pensato all’interno di una “area vasta”, nell’ambito della quale il comune di Messina sia chiamato a svolgere un ruolo di cerniera tra l’Area dello Stretto e i poli urbani e produttivi presenti nell’hinterland provinciale.

Keywords: Messina, sviluppo urbano, sviluppo del territorio, Area dello Stretto, rilancio economico.

Giuseppe Samonà affermava che “le necessità dello sviluppo economico (della città di Messina) pongono l’istanza fondamentale di proporzionare e ridimensionare i problemi economici e le conseguenti strutture alle esigenze e alle caratteristiche di un ambiente molto più vasto, cioè di un comprensorio il cui comune di Messina sia il naturale punto di convergenza per la sua posizione nello stretto come luogo di confluenza di tutti traffici terrestri tra la Sicilia e il continente e di una parte di quelli marittimi, secondo un potenziamento futuro nascente dall’esistenza del comprensorio stesso. Questo comprensorio racchiude tutta la provincia di Messina e la Calabria Sud-occidentale”.

Lo sviluppo della città, potremmo dire oggi utilizzando un lessico caro alla programmazione europea, va pensato all’interno di una “area vasta” con il comune di Messina chiamato a svolgere un ruolo di cerniera tra l’Area dello Stretto e i poli urbani e produttivi presenti nell’hinterland provinciale.

Di recente alcuni avvenimenti hanno dato forza e concretezza a questa prospettiva di sviluppo. E’ stata creata la Conferenza Permanente Interregionale per il Coordinamento delle Politiche nell’Area dello Stretto (nessuno ne parla più, ahimè!!!!.). Ma ancora più rilevante sul piano politico è stata l’istituzione dell’Autorità Portuale di Sistema dello Stretto, ente al quale è assegnata la governance delle infrastrutture, delle aree e dei servizi portuali. In ambito provinciale, poi, fondamentale è stato il riconoscimento dello status di città metropolitana alla ex-provincia di Messina; condizione “sine qua non” per poter sedere al tavolo ristretto del “club delle 15 città metropolitane italiane” ed avere accesso ai fondi del Master Plan.

Ora, è evidente che rispetto a questa prospettiva di area vasta si registra, da parte della amministrazione comunale e della classe dirigente cittadina, un calo di attenzione. Prevale, di contro, un impegno -quasi esclusivo- rivolto alla valorizzazione dei servizi locali, alla promozione di una cultura per un’economia “comunale” ancorata fermamente all’apparato pubblico (vero dominus della vita politica cittadina) e alla spesa pubblica locale. Osserviamo con preoccupazione la mancanza di proposte e progetti di respiro più ampio nel settore dei rifiuti, dell’energia, della mobilità, delle infrastrutture, del turismo, dei distretti produttivi (emblematica la vicenda della raffineria, Qui curat?), progetti che devono vedere protagoniste la città metropolitana di Messina, quella di Reggio Calabria e le forze produttive ancora presenti nel territorio.

Anche il recente annuncio da parte del sindaco De Luca della creazione di una fondazione per la promozione della cultura, in risposta alla decisione di lasciare TAO Arte, (paradossalmente il sindaco del comune di Messina è anche il Sindaco della città Metropolitana!) rischia di far passare l’idea che l’amministrazione della città di Messina persegua una politica isolazionista, un ritorno tra le strette mura delle città che conferisce probabilmente sicurezza e rafforza il consenso del nostro primo cittadino (come le recenti statistiche del sole 24 ore mostrano) ma che, come Samonà ci ricordava, non è assolutamente sufficiente a generare lo sviluppo futuro del nostro territorio; la città non può bastare a se stessa!!!

L’amministrazione comunale di Messina è chiamata ad assumere la leaderhip nel processo di costruzione di un sistema economico di area vasta; una leadership da conquistare attraverso l’iniziativa politica e la capacità di proposta progettuale; favorendo la partecipazione e individuando, con le altre amministrazioni comunali della città metropolitana, obiettivi comuni da perseguire; un riconoscimento, dunque, da guadagnare sul campo e non certo “dovuto” in ossequio ad una presunta superiorità culturale della “polis” messinese; superiorità, per la verità, che l’hinterland provinciale -in particolare- non ci ha mai riconosciuto.

https://www.tempostretto.it/news/limosani-lo-sviluppo-di-messina-deve-passare-dallarea-vasta-dello-stretto.html

07 October 2019

DANIELE SCHILIRÒ

Economic Decisions and Simon’s Notion of Bounded Rationality

 International Business Research, 11, 7, 2018, pp. 63-75.

Abstract: This paper focuses on Simon’s notion of bounded rationality, defined as the limitations and difficulties of the decision maker to behave in the way the traditional rational choice theory assumes, due to his insufficient cognitive and computational capacities to process all the relevant information.

Keywords: bounded rationality, economic decisions, expected utility, global rationality, procedural rationality, satisfying behavior.

Decision making in economics has been always intertwined with the concept of rationality. However, neoclassical economic literature has been dominated by a specific notion of rationality, namely, perfect rationality, characterized by the assumption of consistency and by the maximization hypothesis. Herbert Simon, in his long research activity, questioned this concept of perfect or global rationality, suggesting a different vision, based on empirical evidence and regarding an individual’s choices. He challenged the neoclassical theory of global rationality, suggesting his notion of bounded rationality, a satisficing (instead of optimizing) behavior, and the relevance of procedural rationality to understand the process of thought of decision makers.

The concept of rationality is central to economics. This concept passed through various stages, from the strong version of rationality of classical utilitarian economists to the weaker concept of revealed preference theory. However, economic literature has been dominated by the concept of rationality and its consistency feature, and by the maximization hypothesis. Herbert Simon is considered one the fathers of behavioral economics and a pioneer of artificial intelligence. In his long research activity in many scientific fields, including economics, he challenged mainstream economics by postulating, that “human rationality is bounded, due to external and social constraints, and internal and cognitive limitations”.

Simon developed the analysis of decision making related to both individuals and organizations. His theoretical contribution to the topic of economic decisions is the result of an interdisciplinary approach where economics, psychology, cognitive science, and organizational theory interact. Thus, Simon’s notion of bounded rationality became the central topic of this interaction between these discipline fields. This paper focuses on Simon’s notion of bounded rationality, defined as the limitations and difficulties of the decision maker to behave in the way the traditional rational choice theory assumes, due to his insufficient cognitive and computational capacities to process all the relevant information. Undoubtedly, many other authors adopted the label of bounded rationality in the literature to indicate some form of departure from rational choice theory. However, Simon used the term to refer to a more simplified vision of human decision making, by which he linked psychological factors to the decision maker’s economic behavior, and, thus, built his theoretical view on an empirical methodology. As a result, bounded rationality remains the hallmark of his theoretical contribution.

Thus, this paper focuses on Simon’s notion of bounded rationality. The work analyzes in depth Simon’s behavioral model of rational choice. It shows that Simon’s theory of bounded rationality includes three important steps: Search, satisfying, and procedural rationality. Simon’s bounded rationality theory explains the decisional processes that are adopted when it is not possible to choose the best alternative (i.e., fully optimized solution) because of decision makers’ limits in terms of information, cognitive capacity, and attention, and of the complexity of the environment in which decision makers make these decisions. In this environment, the individual searches and tries to make decisions that are good enough (i.e. satisfactory) and that represent reasonable or acceptable outcomes. Bounded rationality is not a derivative concept, but constitutes a basic and primary notion for a positive theory of choice in behavioral terms, linking the economic and the psychological sphere. Moreover, in Simon’s studies the computational aspect is very important, as also emotions can be encapsulated in the computational theory. In the bounded rationality approach, Simon does not look at the goal, but at the process that leads to an objective narrative. Hence, in this theoretical vision, the notion of procedural rationality becomes crucial. Finally, the paper offers an assessment of the notion of bounded rationality and its impact on economics and other social sciences. Despite its limited influence upon economics, Simon’s bounded rationality has transformed decision making theory across literatures and has had a major impact on institutional economics and other social sciences.

23 May 2019

 LUC BAUWENS, EDOARDO OTRANTO

Modeling the Dependence of Conditional Correlations on Market Volatility

Journal of Business and Economic Statistics,  34, 2, 2016, pp. 254-268.

Abstract: Several models have been developed to capture the dynamics of the conditional correlations between series of financial returns and several studies show that the market volatility is a major determinant of correlations. We extend some models to include explicitly the dependence of the correlations on the volatility. The models differ by the way in which the volatility influences the correlations. 

Keywords: Dynamic conditional correlations, Markov switching, Minimum variance portfolio, Model confidence set, Forecasting

It is well known that in financial markets, during turmoil periods characterized by strongly negative returns and weak macroeconomic indicators, both variances and correlations of assets increase; see, for example, Ang and Bekaert (2002), Forbes and Chinn (2004), and Cappiello et al. (2006). The presumably existing strong relationship between correlation and volatility can be employed to improve the forecasting ability of conditional correlation models. This approach is of particular interest for practitioners, since the possibility to improve the forecasts of correlations is important in portfolio choice, hedging, and option pricing, as well as in accounting for spillover effects between markets. Hence, the aim of this research is to check if the impact of volatility on correlations is statistically and economically significant, and if it helps to improve the forecasting performance of conditional correlation models, rather than to understand why correlations increase during some periods and not or less so during other periods.

We use a broad portfolio of models to capture in different ways the dependence of the conditional correlations of a set of financial time series on the market volatility or on its regime.

In particular we extend the Dynamic Conditional Correlation (DCC) model of Engle (2002) in different ways: by including the volatility (or a variable measuring its regime) as an additive independent variable, or by including its effect through time-varying coefficients in the model. We use similar extensions of the Tse and Tsui (2002) dynamic correlation model, and the Dynamic Equi-Correlation (DECO) model of Engle and Kelly (2012). The dependence relation is also modelled by extending the Regime Switching Dynamic Correlation (RSDC) model of Pelletier (2006) to include the effect of the volatility (or its regime) in the transition probabilities. The influence of volatility or its regime on the correlations is contemporaneous (instead of lagged). To implement this idea, we construct one-step ahead forecasts of the volatility (or its regime) as the additional variable to include in the existing models, through linear or nonlinear, and direct or indirect effects.

Our approach is related to the factor ARCH model of  Engle et al. (1990), where the correlations between asset returns implied by that model depend not only on their betas but also on the time-varying conditional variance of the market return. Our approach can be viewed as a reduced form one not involving the asset betas, since we let the conditional correlations be directly functions of the volatility or its regime.

The models are applied to two data sets. A detailed analysis is provided for a case with three assets, in order to illustrate in detail the main characteristics of the proposed models and the results. We extend the analysis to a data set consisting of the thirty assets composing the Dow Jones industrial index. The model comparisons are performed using statistical approaches, such as hypotheses tests, information criteria, and the model confidence set (MCS) method of Hansen et al. (2003). They are also done using an economic loss function, namely the minimum variance portfolio approach as in Engle and Colacito (2006), and through the evaluation of the economic significance of the volatility effect on correlations in the different models. Monte Carlo simulations are used to study the properties of some of the employed methods in the presence of model uncertainty. We mainly find that:

  1. The correlations are subject to changes in regime and are sensitive both to the level of volatility and the regime of volatility (high or low), in particular in terms of gains in minimum portfolio variance:
  2. Among the considered models that incorporate a volatility effect, those that do it through the regime variable allow us to find significant marginal impacts of market volatility on correlations;
  3. If we make a distinction between long-run and short-run correlations, the volatility affects the long-run ones, rather than the short-run ones;
  4. The volatility, or its regime, does not improve the forecasts of the correlations.

 References

Ang, A., and Bekaert, G. (2002), “International Asset Allocation With Regime Shifts,” Review of Financial Studies, 15, 1137–1187.

Cappiello, L., Engle, R. F., and Sheppard, K. (2006), “Asymmetric Dynamics in the Correlations of Global Equity and Bond Returns,” Journal of Financial Econometrics, 4, 537–572.

Engle, R. F. (2002), “Dynamic Conditional Correlation: A Simple Class of Multivariate Generalized Autoregressive Conditional Heteroskedasticity Models,” Journal of Business and Economic Statistics, 20, 339–350.

Engle, R., and Colacito, R. (2006), “Testing and Evaluating Dynamic Correlations for Asset Allocation,” Journal of Business and Economic Statistics, 22, 367–381.

Engle, R. F., and Kelly, B. (2012), “Dynamic Equicorrelation,” Journal of Business and Economic Statistics, 30, 212–228.

Engle, R. F., Ng, V., and Rothschild, M. (1990), “Asset Pricing With a Factor ARCH Covariance Structure: Empirical Estimates for Treasury Bills,” Journal of Econometrics, 45, 213–237.

Forbes, C. S., and Chinn, M. D. (2004), “A Decomposition of Global Linkages in Financial Markets Over Time,” The Review of Economics and Statistics, 86, 705–722.

Hansen, P. R., Lunde, A., and Nason, J. (2003), “Choosing the Best Volatility Models: The Model Confidence Set Approach,” Oxford Bulletin of Economics and Statistics, 65, 839–861.

Pelletier, D. (2006), “Regime-Switching for Dynamic Correlation,” Journal of Econometrics, 131, 445–473.

Tse, Y. K., and Tsui, A. K. C. (2002), “A Multivariate GARCH Model With Time-Varying Correlations,” Journal of Business and Economic Statistics, 20, 351–362.

10 May 2019 

TINDARA ABBATE, FABRIZIO CESARONI, MARIA CRISTINA CINICI, MASSIMO VILLARI

Business models for developing smart cities. A fuzzy set qualitative comparative analysis of an IoT platform

Technological Forecasting and Social Change, 2019, vol. 142, pp. 183-193.

Abstract: Which configurations of Business Model (BM) exist in an IoT platform aiming at smart cities’ development? We argue that BM configurations have general characteristics beyond individual firms’ unique traits. Our empirical findings (based on a fuzzy set qualitative comparative analysis) show BM’s causal complexity and reveal the most frequent patterns of association among value propositions and BM’s building blocks.

Keywords: Smart cities, Internet of things, Technology platform, Business model, Qualitative comparative analysis 

During the last two decades, the number of projects focusing on smart cities that have been launched worldwide has constantly increased. The common trait of such projects is that they exploit the opportunities offered by innovative Information Technology (IT) solutions (and, especially, Internet of Things technology – IoT) to provide better and sustainable living conditions to citizens. As such, most of the attention has been devoted to technological aspects related to them. A smart cities project is usually made of a set of IT devices that exchange information among themselves within a common technology platform. Different actors (both private enterprises and public organizations) participate in this complex ecosystem, and the integration and coordination of their activities represent a major challenge for any project.

Albeit the technological aspects related to the functioning of the system do play a key role, the strategic actions of firms involved in the implementation of smart cities projects have to be properly investigated as well. As in the case of any emerging technology, firms struggle to find the best way to exploit the new market opportunities, by seeking the best configuration of resources and capabilities to design products and services that satisfy customer needs. In turn, they need to design and adopt proper and innovative Business Models (BMs), which are suited to the specificities of smart cities projects.

The term “business model” has gained popularity in the late 1980s spawning from e-commerce to a variety of empirical contexts. It is conceived as a conceptual tool or model able to figure out how firms generate and deliver value to customers, entice customers to pay for value, and convert those payments into profit. Since its original formulation, literature on BM has constantly grown. However, despite the number of research papers directed to exploring BM over the last two decades, structured research on BM associated to smart cities projects remains scarce. Particularly, theory-building work and empirical research beyond single-case studies is lacking.

Moving from this gap, this study addresses the following research question: What different configurations of BM exist in an Internet of Think (IoT) platform that aims at developing smart cities projects? Indeed, while BM shows path-dependency and is the result of firms’ own histories, BM configurations have general characteristics beyond the settings of individual firms. Therefore, the analysis of BMs that firms may adopt to exploit smart cities projects, should focus on the analysis of the best configurations of resources and activities.

In order to do so, we use a fuzzy set qualitative comparative analysis (fsQCA), which combines within-case analysis with formalized, systematic cross-case comparisons. In details, fsQCA has the potential to dig deeper in configurations, such as BM, to understand (1) what different types of cases may occur in a given setting by considering their similarities and differences, and (2) the complex causal relations underlying the emergence of the outcome of interest.

We apply this methodological approach to a setting composed of 21 Small and Medium Enterprises (SMEs) that have taken part to an EU funded Accelerator (named FIWARE) focused on smart cities. By applying fsQCA to collect data about firms’ activities and strategic goals, we explore what different types of BM can be successfully adopted by firms that exploit the potentiality of a novel IoT platform to develop smart cities solutions. In turn, we focus on and isolate the relationships existing among the building blocks that cause the emergence of those specific BMs.

Results of our study offer several relevant implications both for practice and theory. As for the former, on the one side, firms that intend to develop smart cities projects should offer customized products or services, and consider the cooperation with customer capabilities as the main key resource. Additionally, our findings encourage firms and startups to puzzle customer capabilities together with customer application development as key activities and customers as main partners. On the other side, we show that no consistent pattern is associated to “standardized products and services”, most likely because a dominant design has not emerged yet, and thus customization is compulsory.

As for theory, the contribution that this study offers to the BM literature is twofold.

On the one side, during the last decades, prior research has shown that firms may benefit from collaborations with external partners by allowing the in-flow of external technologies and technological competences. In fact, external technologies may be integrated with the internal technological base in order to generate new products/services and enhance the firm’s ability to create value. In the case of IoT or smart-cities’ technology platforms, firms’ BMs have to be adapted in order to achieve advantages for both technology suppliers and technology users. Specifically, we argue that multiple BMs can coexist within technology platforms, that is, BMs adopted by Platform Developers and BMs adopted by Platform Users. In the case of Platform Users, if upstream operators have made the platform general enough then the cost of technology adaptation that downstream software developers have to incur in to apply the GPT to the specific application need is expected to be lower than the cost that the same software developers should incur to fully develop the applications in-house, if the GPT platform were not present. The story of the technology platform described in this study can be interpreted in this sense: in the presence of an industry structure organized around a IoT and smart cities’ technology platform, also downstream operators have incentives to adopt a BM which is open to collaboration with external providers.

On the other hand, we suggest that platform users do not necessarily have to adopt a similar BM. In fact, several configurations of resources and activities may co-exist, guaranteeing success to the firms. This result extends prior literature on BMs applied to smart cities and IoT. We thus show that not all the configurations of building blocks permit firms to benefit from the opportunities offered by the emerging field of smart cities. A proper coherence between key resources, key activities and key partners is key in this respect.

8 May 2019

YINGHUA HE, ANTONIO MIRALLES, MAREK PYCIA, JIANYE YAN

A Pseudo-Market Approach to Allocation with Priorities

American Economic Journal: Microeconomics, vol. 10, n. 3, August 2018, pp. 272-314.

Abstract:  We propose a pseudo-market mechanism for no-monetary-transfer allocation of indivisible objects based on priorities such as those in school choice. Agents are given token money, face priority-specific prices, and buy utility-maximizing random assignments. The mechanism is asymptotically incentive compatible, and the resulting assignments are fair and constrained Pareto efficient. Aanund Hylland & Richard Zeckhauser (1979)’s position-allocation problem is a special case of our framework, and our results on incentives and fairness are also new in their classical setting. (JEL D63, D82, H75, I21, I28).

Keywords: Allocation Problem, Cardinal Preferences, Pseudo-market, Priorities.

The aim of this paper is to study the allocation of indivisible objects where monetary transfers are precluded and agents demand at most one object. Examples include student placement in public schools (where an object corresponds to a school seat and each object has multiple copies) and allocation of work or living space (where each object has exactly one copy). A common feature of these settings is that agents are prioritized. For instance, students who live in a school’s neighborhood or have siblings in the school may enjoy admission priority at this school over those who do not, and the current resident may have priority over others in the allocation of the dormitory room he or she lives in. Due to the lack of monetary transfers, objects in these environments are very often allocated by a centralized mechanism that maps agents’ reported preferences to an allocation outcome. The outcome, known as assignment, can be either deterministic or random. The former dictates who gets what object, and the latter prescribes the probability shares of objects that each agent obtains and thus is a lottery over a set of deterministic assignments. The standard allocation mechanisms used in practice and studied in the literature are ordinal: students are asked to rank schools or rooms, and the profile of submitted rankings determines the assignment. However, Miralles (2008) and Abdulkadirog ̆ lu, Che, and Yasuda (2011) pointed out that we may implement Pareto-dominant assignments by eliciting agents’ cardinal utilities, which are their relative intensities of preferences over objects and their rates of substitution between probability shares in objects. Furthermore, Liu and Pycia (2012) and Pycia (2014) showed that sensible ordinal mechanisms are asymptotically equivalent in large markets, while mechanisms eliciting cardinal utilities maintain their efficiency advantage. Naturally, with more inputs, we expect a mechanism to deliver a better outcome, as cardinal preferences are more informative than ordinal ones. However, what has not been answered in the literature is how to use cardinal information efficiently. This paper aims to fill this gap by providing a novel cardinal mechanism to improve upon the ordinal mechanisms. The mechanism is asymptotically incentive compatible, fair, and constrained efficient among ex ante stable and fair mechanisms. A mechanism is ex ante stable if, in any of its resulting assignment, no probability share of an object is given to an agent with lower priority at this object whenever a higher priority agent is obtaining some probability shares in any of his/her less preferred objects (Kesten and Ünver 2015). Furthermore, every deterministic assignment that is compatible with an ex ante stable random assignment eliminates all justified envy and thus satisfies stability (Abdulkadirog ̆ lu and Sönmez 2003).

We use the strong fairness concept, equal claim, proposed by He, Li, and Yan (2015); a mechanism satisfies equal claim if agents with the same priority at an object are given the same opportunity to obtain it. We refer to our construction as the pseudo-market (PM) mechanism, which elicits cardinal preferences from agents and delivers an assignment. If it is a random assignment, one can then conduct a lottery to implement one of the compatible deterministic assignments. To map reported preferences into assignments, PM internally solves a Walrasian equilibrium, where prices are priority-specific and the mechanism chooses probability shares to maximize each agent’s expected utility given his/her reported preferences and an exogenous budget in token money. Budgets need not be equal across agents.

This Walrasian equilibrium used in the internal computation of the PM mechanism has a unique feature in its priority-specific prices: for each object, there exists a cutoff priority group such that agents in priority groups strictly below the cutoff face an infinite price for the object (hence, they can never be matched with the object), while agents in priority groups strictly higher than the cut-off face zero price for the object. By incorporating priorities in this manner, the PM mechanism extends the canonical Hylland and Zeckhauser (1979) mechanism, which requires every agent to face the same prices and thus does not allow priorities. It is also a generalization of the Gale-Shapley Deferred-Acceptance(DA) mechanism, the most celebrated ordinal mechanism. Essentially, when both agents and objects have strict rankings over those on the other side, the DA mechanism eliminates all justified envy; when-ever there are multiple agents in one priority group of an object, the tie has to be broken, usually in an exogenous way. The PM mechanism, instead, has ties broken endogenously and efficiently by using information on cardinal preferences. Agents with relatively higher cardinal preferences for an object obtain shares of that object before others who are in the same priority group. We show that the PM mechanism is well-defined in the sense that it can always internally find a Walrasian equilibrium and deliver an assignment given any reported preference profile. Moreover, the mechanism is shown to be asymptotically incentive compatible in regular economies, where regularity guarantees that Walrasian prices are well defined as in the classical analysis of Walrasian equilibria (see, e.g., Dierker 1974, Hildenbrand 1974, and Jackson 1992).

The PM mechanism allows one to achieve higher social welfare than mechanisms eliciting only ordinal preferences such as the DA and the Probabilistic Serial mechanisms; it is ex ante stable because of our design of the priority-specific prices. Given an object s and its cutoff priority group, whenever a lower priority agent obtains a positive share of s, a higher priority agent must face a zero price for s, and, therefore, is never assigned to an object they prefer less than s. We study fairness of the PM mechanism in the sense of equal claim, which requires that, for any given object, agents with the same priority are given the same opportunity to obtain this object.

Since prices for agents in the same priority group are by construction the same in the PM mechanism, we can conclude that equal claim is satisfied when agents are given equal budgets.

06 May 2019

FERDINANDO OFRIA, PIERO DAVID

L’Economia dei beni confiscati  

FrancoAngeli, Milano, 2014, pp. 138, ISBN: 9788820475031

Abstract: The goal of this book is to highlight that the confiscation of assets to organized crime is a way to create “social capital”. It shows that in many municipalities of Southern Italy, characterized by the presence of confiscated property and reused, there is greater consensus for political programs with issues concerning the “legality”. The “Probit” analysis takes into consideration a sample of 542 Italian municipalities.

Keywords: Sviluppo economico; capitale sociale; Economia del Mezzogiorno

L’ipotesi di partenza di questa ricerca, confermata dai risultati econometrici, è che vi sia da alcuni anni, nei territori dove sono presenti beni confiscati riutilizzati ai fini sociali, un senso di riscatto nei confronti della criminalità organizzata da parte della “società civile”. Non a caso, in molti Comuni del Mezzogiorno, caratterizzati da esperienze di riutilizzo sociale di beni immobili confiscati alla criminalità, i risultati elettorali per l’elezione del Sindaco hanno premiato partiti e/o movimenti civici alternativi a quelli tradizionali (sia di Centro-destra che di Centro-sinistra). Questo risultato è stato maggiormente evidente nei Comuni rientranti nel sistema elettorale caratterizzato da un turno di ballottaggio tra i candidati Sindaci. Infatti, per tali Comuni l’analisi empirica ha rilevato una significativa influenza della variabile “Immobili confiscati e gestiti” (proxy di “capitale sociale”) sui “Risultati elezioni a Sindaco”; connotando questa ricerca di rilevanti elementi di originalità nell’ambito della letteratura sul tema.